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Marco Di Lauro: il boss che reclutava affiliati giocando a calcio

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
21 Ottobre, 2017
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Marco Di Lauro: il boss che reclutava affiliati giocando a calcio
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di-lauro-640x330Marco di Lauro, rampollo di una delle famiglie malavitose più efferate di Napoli Nord: è uno dei 10 figli di Paolo di Lauro, detto “Ciruzzo ‘o milionario”, fondatore del clan che ha tenuto sotto scacco per decenni il quartiere Secondigliano. È il quarto figlio del boss Paolo Di Lauro, storico capo del clan Di Lauro, di cui fa parte anche Marco, latitante dal 7 dicembre 2004, ricercato per associazione di tipo mafioso ed altro. Dal 17 novembre 2006 è ricercato anche in campo internazionale e fa parte dell’elenco dei latitanti di massima pericolosità. Nel 2010, un collaboratore di giustizia indica Marco Di Lauro come mandante di 4 omicidi.
Il 2 maggio del 2012, la Terza Corte di Assise di Appello del Tribunale di Napoli ha condannato Mario Buono (arrestato nel 2007) e Marco Di Lauro (latitante) all’ergastolo, per l’omicidio del giovane innocente Attilio Romanò, ucciso per errore nel gennaio del 2005 nell’ambito della Prima faida di Scampia, nel negozio di telefonia in cui lavorava. Reale obiettivo dell’agguato era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante, nonchè socio di Romanò, con il quale aveva avviato l’attività in cui Attilio, pochi mesi dopo essersi sposato, è stato giustiziato da diversi colpi d’arma da fuoco.
Una vicenda ricostruita dal celebre programma di Rai Tre “Un giorno in pretura”, nel corso della puntata andata in onda lo scorso sabato, 14 ottobre. Ripercorse, dunque, le fasi salienti del processo, volto a far luce sulla morte di una vittima innocente della criminalità e che ha fatto emergere anche altre verità, legate proprio al modus operandi del clan Di Lauro.
Marco è entrato a far parte del clan di famiglia giovanissimo e ha imparato ben presto a servirsi della sua giovane età per adescare minorenni incensurati e non affini alla malavita locale, servendosi dell’espediente più popolare per farli cadere nella rete ell’affiliazione: il calcio. Marco Di Lauro giocava a calcio e se la cavava piuttosto bene: le partite che organizzava erano mosse dall’intento finale di reclutare killer, manovalanza, giovani fedeli e devoti al clan e pronti a tutto, perfino a morire, per servire la camorra.

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Con questo escamotage, il giovane Di Lauro assolda un autentico esercito: più di 60mila i gregari al soldo del clan, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia. Le cose per lui si mettono male, però, in seguito alla cattura del padre: un mandato d’arresto pende sul suo capo, costringendolo alla latitanza, ma continua a guadagnare una montagna di soldi. Non può farsi vedere in giro perché è ricercato, ma ha affida la gestione degli affari a suo fratello Antonio, quando aveva 19 anni appena. Due piazze di spaccio che gli rendono circa 900 mila euro al mese.

L’indagine che porta Marco Di Lauro a finire nel mirino degli inquirenti ha inizio con il sequestro del libro mastro degli stupefacenti. Contabilità chiara, le colonne del dare e dell’avere. Un esempio, maggio 2010: incassi pari a due milioni 685 mila 475 euro. Spese sostenute: un milione 814 mila 680 euro. Guadagno netto: 870 mila 795 euro. Guadagno delle sole piazze di via Miracolo a Milano e via Praga Magica. Le sigle: KP è la dose di kobrett piccola, KG quella grande. Nel week-end tra l’11 e il 13 giugno vengono vendute in una delle due piazze più di settemila dosi per 188 mila 400 euro. Stipendiati i capi, a provvigione i pusher, che prendono fino a 500 euro al giorno.

C’è chi lo riconosce anche quando indossa il casco integrale perché, dicono ancora i pentiti «Marco Di Lauro indossava sempre scarpe Paciotti».
Nel 2004, un affiliato degli Scissionisti scopre che sua moglie ha una relazione con un membro del direttorio di Marco Di Lauro. Dunque vuole parlargli personalmente e — pur latitante — sa dove trovarlo. Non si preannuncia, lo aspetta all’esterno dell’ultimo covo. Marco Di Lauro esce in auto, lo vede, pensa ad un agguato. Accelera e fugge. «Di Lauro si impressionò — racconta il pentito Carmine Cerrato — e così decise di farlo uccidere». Una donna innamorata, tre boss cognati tra loro «affamati» di droga di alta qualità, una villa nel Vesuviano per potersi rifugiare e incontrare persone, quattro auto «pulite» intestate a prestanome stipendiati e molte parrucche, anche da donna. Bonifiche per le microspie con strumenti da 150mila euro, «pizzini» bruciati e frasi in codice, una cosca che si è evoluta in stile mafioso: «Comunica con pizzini» accuratamente bruciati. Con frasi in codice: «motore, chitarra, puledro, cavalluccio, coriandoli». Questo è quanto rivenuto in uno degli ultimi bunker in cui si nascondeva Marco Di Lauro, il «re» delle piazze di spaccio a Secondigliano, stratega della faida di Scampia.

Gli danno la caccia i carabinieri, la polizia, la guardia di finanza, i reparti speciali e anche l’interpol dopo che nel novembre del 2006 la sua foto è stata diramata in tutto il mondo. Tuttavia, dai racconti dei suoi ex affiliati, oggi collaboratori di giustizia, Marco Di Lauro potrebbe essere a Secondigliano e come nelle più recenti storie di catture di capiclan, anche lui avrebbe deciso di non lasciare il suo rione. I tre collaboratori di giustizia Rosario Guarino «Joe Banana», Antonio Accurso «Totonno» e Mario Pacciarelli «’o mostro» hanno confermato di aver incontrato Di Lauro nell’aprile del 2011 e nel 2014. Hanno raccontato che è solito spostarsi cambiando più volte auto, nascondendosi dietro al cofano con un impianto di areazione o seduto sui sedili posteriori, con avanti due donne, indossando una parrucca da donna.
Numerose le ipotesi investigative correlate alla latitanza della “primula rossa” del clan Di Lauro: potrebbe avvalersi della complicità di una donna, Cira, la compagna con la quale è in contatto da tempo. Una donna che ha degli alleati nel clan Tamarisco di Torre Annunziata e ville nel Vesuviano. Secondo altre ipotesi investigative, quello che resta del clan Di Lauro si regge su accordi strategici con il clan Contini dell’Arenaccia, «maestri» nella protezione dei latitanti e quindi Marco Di Lauro gode di una «rete» in grado di garantirgli sicurezza assoluta.
Non è affatto esclusa l’ipotesi che il Di Lauro potrebbe aver lasciato la città, dopo le scarcerazioni dei fratelli Vincenzo e Ciro. Gli investigatori seguono due piste: una porta in Spagna e l’altra in Argentina, dove il rampollo di casa Di Lauro potrebbe aver cominciato una nuova vita.
Eppure sono in molti a credere che Di Lauro junior si trovi a Secondigliano o almeno non lontano dal suo quartiere.

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