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Messaggi dal 41 bis: il boss Zagaria nel mirino dell’Antimafia, ma prima di lui Ciro Sarno ha fatto scuola

di / 0 Commenti / 2112 Visite / 17 maggio, 2022

michele-zagaria-2Il boss dei Casalesi Michele Zagaria è accusato di aver continuato a reggere le redini del clan dei Casalesi, anche dopo il suo arresto, inviando messaggi in codice alla sorella durante i colloqui, ma anche durante i processi che lo vedono coinvolto.

Zagaria, dinanzi al tribunale di Napoli Nord, si è sottoposto all’esame del pubblico ministero della Dda Maurizio Giordano, respingendo le accuse mosse dall’Antimafia, spiegando che quelli intercorsi con la sorella erano solo di normali colloqui su vicende personali e familiari. Un esame durato circa due ore e mezza in cui il boss fornito la sua versione in merito ad una serie di circostanze emerse durante i colloqui al carcere di Tolmezzo dove era detenuto. Conversazioni, a suo dire, di carattere personale e familiare: “Mi preoccupavo del loro stato di salute e loro si preoccupavano del mio”, ha dichiarato Zagaria

Secondo l’accusa il boss detenuto avrebbe impartito ordini sia durante i colloqui in carcere sia attraverso i videocollegamenti durante i processi a cui partecipa e durante i quali spesso e volentieri il capoclan prende la parola.

Dalla relazione di un ispettore della polizia penitenziaria emerge “un’intesa di sguardi” tra Zagaria e sua sorella durante un colloquio del giugno del 2020. Zagaria e la sorella commentano la vicenda relativa al caos sulla scarcerazione di Pasquale Zagaria, parlano di una puntata di “Non è l’Arena” andata in onda la sera precedente. Poi vengono affrontate questioni prevalentemente familiari fino a quando Zagaria e sua sorella si avvicinano al vetro, scambiandosi un’intesa di sguardi, pronunciando frasi sottovoce.

Messaggi indecifrabili, apparentemente innocui, se captati da soggetti estranei alle dinamiche camorristiche, ma che nel linguaggio in codice della camorra assumono un significato preciso.

Ciro Sarno e Michele Zagaria

Ciro Sarno e Michele Zagaria

Per lo stesso motivo, prima del boss Michele Zagaria, nel mirino della DDA partenopea è finito Ciro Sarno, ex Leader Maximo dell’area orientale di Napoli, oggi collaboratore di giustizia.

L’ex boss di Ponticelli, quando era in regime di detenzione ordinaria, ma anche negli ultimi anni trascorsi al 41 bis, prima di intraprendere la strada del pentimento, riusciva con estrema facilità e disinvoltura a diramare messaggi ai suoi fedelissimi, commissionando finanche omicidi.

«In aula – spiega lo stesso Ciro Sarno nel corso di un’udienza, interrogato dal Pm Vincenzo D’Onofrio – riuscivo a comunicare con l’esterno. Innanzitutto, riuscivo a tranquillizzare i miei ed era un compito decisivo per la sopravvivenza del clan. Quando le cose si mettevano male, quando capivo che c’era preoccupazione per qualcuno che poteva pentirsi, riuscivo a dialogare durante le udienze e a lanciare messaggi. C’era chi mi capiva, c’era chi riusciva a interpretare gesti, segni e mimica. In aula o durante i colloqui con i parenti (…) decine di volte, durante i processi in Corte d’Assise riuscivo a farmi capire, riuscivo ad imporre la mia volontà rimanendo seduto dietro le sbarre durante un’udienza dibattimentale. C’era chi riusciva a capirmi. In aula, durante un processo o nelle anticamere di un colloquio tra detenuti al 41 bis».

Ad onor del vero, il sequestro e l’omicidio di Anna Sodano furono organizzati proprio attraverso gli ordini che il boss Ciro Sarno aveva impartito alla “Pazzignana” Luisa De Stefano e al fratello Vincenzo, nel corso di un’udienza in tribunale. Malgrado il boss fosse relegato nella cella e i suoi sodali seduti tra le persone presenti in aula per assistere al processo, gli ordini impartiti dal boss Ciro Sarno furono seguiti alla lettera. Anna Sodano, la prima collaboratrice della storia della camorra dell’area est di Napoli ad aver pagato con la vita il desiderio di fuggire dalle feroci regole del sistema, fu vittima della trappola pianificata dal boss e commissionata ai suoi preziosi alleati, durante le udienze di un processo penale.

Luisa De Stefano era molto amica della Sodano e lei per prima fu tratta in inganno dal boss che le fece credere di voler sottrarre la donna dalle grinfie della magistratura per spedirla in una località sicura, dove avrebbe condotto una vita tranquilla ed agiata insieme ai suoi figli e che il clan non le avrebbe mai fatto mancare nulla. La De Stefano confermò al boss di essere in contatto con l’amica, Ciro Sarno le impartì l’ordine di farla tornare nel rione e contestualmente consegnò al fratello Vincenzo la sentenza di morte per Anna Sodano, ma anche per il marito Gennaro Busiello, affiliato al clan Sarno. Busiello, anch’egli detenuto, doveva essere ucciso, una volta tornato in libertà, per sventare il pericolo di un ipotetico pentimento o di una sanguinaria vendetta.

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“Uccidi a tutti e due”, questa la frase secca e risoluta che il boss Ciro Sarno consegna al fratello Vincenzo per ordinare la morte di Anna Sodano e del suo compagno, Gennaro Busiello.

“Sapendo che la Sodano era molto amica di De Stefano Luisa, – si legge in uno dei tanti verbali in cui sono riportate le dichiarazioni di Ciro Sarno in veste di collaboratore di giustizia – moglie di Schisa Roberto e nipote di Piscopo Luigi, ‘o pazzignano, la quale regolarmente si presentava al processo in corso innanzi al tribunale di Napoli, decisi di utilizzare costei per la Sodano a tornare indietro, già avendo in animo di farla uccidere, sebbene la De Stefano non sapesse di queste mie intenzioni. Comunicai con quest’ultima perlopiù a gesti. Era una donna sveglia che riuscì a comprendere ciò che le chiesi. Fatto sta che ella mi rassicurò che si sarebbe interessata a fare quanto le chiedessi. Quando mi venne comunicato che la De Stefano era riuscita a convincere la Sodano a rientrare al rione, diedi immediatamente incarico a mio fratello Vincenzo, all’epoca l’unico di noi libero, di uccidere immediatamente la donna. All’udienza successiva Vincenzo mi rassicurò che era andato tutto bene, facendomi intendere che aveva portato a termine l’incarico che gli avevo dato”.

Sguardi, mimica, gesti impercettibili: lo spiega bene, Ciro Sarno, il linguaggio in codice della camorra. Quello capace di eludere i controlli e perfino di penetrare i vetri blindati che separano gli interlocutori durante i colloqui al 41 bis.

 

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