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La mafia perde un capo storico: è morto Bernardo Provenzano

di / 0 Commenti / 701 Visite / 13 luglio, 2016

WCCOR1_0IXKHAGF-0029-kHM-U432008178402519SF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443È morto uno degli uomini-simbolo della mafia corleonese: si è spento all’ospedale San Paolo di Milano, il boss Bernardo Provenzano. Il capo di Cosa Nostra aveva 83 anni, detenuto da anni nel carcere di Parma in regime di 41 bis. Da diverso tempo gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica.

Insieme a Totò Riina condusse l’assalto dei corleonesi a Cosa nostra, contribuendo a realizzare quella dittatura che ha cambiato la storia della mafia siciliana, rendendola ancora più efferati, brutale, alacre.

Bernardo Provenzano, detto Binnu, era un boss molto più cervellotico e dalla mente fine ed acuta che ha traghettato l’organizzazione criminale da un secolo all’altro attraverso l’introduzione di affari invisibili, senza avvalersi di piombo e tritolo.

Tuttavia, Provenzano si era guadagno il soprannome di «Binnu» ovvero «trattore», per la determinazione con cui affrontava le situazioni e sparava se c’era da sparare, come nella strage di Viale Lazio a Palermo, il 10 dicembre 1969, unico delitto per il quale è stato condannato all’ergastolo come esecutore materiale.

In quella stagione di sangue e tradimenti Provenzano, già latitante, rimase accanto a Riina, divenuto il «dittatore» di Cosa nostra. E gestiva gli affari e le relazioni istituzionali attraverso un altro corleonese, Vito Ciancimino, ex sindaco ed ex assessore ai Lavori pubblici di Palermo, “il più mafioso dei politici e il più politico dei mafiosi”: così lo definì Giovanni Falcone.

In quegli anni, il soprannome di Provengano mutò da «trattore» a «ragioniere», per la capacità di lucrare sugli appalti pubblici e la propensione a trattare con chiunque, uomini di potere e «uomini d’onore», prima di arrivare allo scontro frontale. Così quando nel 1992, dopo gli ergastoli definitivi del maxi-processo, Riina decise di regolare i conti e “tagliare i rami secchi” che non avevano garantito l’impunità a Cosa nostra, avviando la nuova stagione di stragi e omicidi eccellenti, Provenzano fu ancora al suo fianco, ma scostandosi un po’. Offrendo il suo benestare ma già pensando al futuro. Alla vigilia delle bombe rispedì la famiglia a Corleone, decidendo di proseguire in solitudine la sua latitanza; qualcuno pensò che fosse morto, oppure – considerato quel che accadde di lì a poco – il tentativo di segnalare qualche diversità rispetto al “capo dei capi”. E se ci fu una trattativa con lo Stato, di certo ne fu uno dei principali protagonisti, anche attraverso il fido Ciancimino.

Poi venne la cattura di Riina, sulla quale ha sempre aleggiato (e continua ad aleggiare) un ruolo del «ragioniere», mai chiaramente dimostrato e a cui lo stesso Riina ha sempre dichiarato di non credere, ma nel 1993, le stragi continuarono e si estesero al continente, volute da Leoluca Bagarella (cognato di Riina) che secondo la vulgata dei pentiti avrebbe imposto la sua scelta anche a Provenzano: «Se non ti sta bene, mettiti un cartello al collo con scritto ‘Io sono contrario’ e vattene in giro per strada».

Così Provenzano preferì restare in disparte finché i successivi arresti dei boss gli lasciarono campo libero. Consentendogli di tessere nuovi accordi e nuovi equilibri nell’Italia della cosiddetta seconda Repubblica, con i partiti e i rappresentanti politici che avevano sostituito i vecchi. Per un decennio – fino alla cattura del 2006 – Bernardo Provenzano ha guidato Cosa nostra da vero «padrino». Attraverso i suoi pizzini impartiva ordini e dispensava consigli, discuteva di appalti e omicidi, indicazioni di voto alle elezioni e spartizioni dei territori tra boss. Perfino Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande latitante ancora in circolazione, trent’anni più giovane di «Binnu» e già spavaldo e potente, gli chiedeva istruzioni su come muoversi.

Nel corso dell’ultimo decennio, il potere del «ragioniere» è andato via via scemando insieme alla sua salute, prima fisica e poi mentale, resistendo a ogni tentativo di farlo collaborare con la giustizia. Sempre al “carcere duro”, fino alla faticosa fine dei suoi giorni.

 

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