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28 febbraio 1985: ucciso a Reggio Calabria Giuseppe Macheda, il vigile che combatteva l’abusivismo

di / 0 Commenti / 898 Visite / 28 febbraio, 2017

shapeimage_39 Leggendo “con gli occhi di oggi” la storia, di vita e di morte, di un trentenne vigile abusivo, la cui unica colpa è quella di aver cercato di combattere l’abusivismo, consegna delle suggestioni ulteriormente caricate da uno stato di cose che non rende giustizia a quel sacrificio umano.

L’abusivismo sembra non essere quasi più recepito come un reato dalla società contemporanea che, piuttosto, sta imparando ad assimilarlo e concepirlo come un fatto normale. Tantissime le forme di abusivismo che oggigiorno dilagano nell’ordinaria pratica di una politica che altro non fa che accentuare il lampante senso di inadeguatezza dello Stato e l’ancor più triste condotta disfattista delle istituzioni.

Costruzioni abusive, commercio abusivo, lavori abusivi. E chi più ne ha, più ne metta.

Giuseppe Macheda faceva parte di una squadra che – sotto la guida del pretore Angelo Giorgianni – si occupava di combattere l’abusivismo edilizio.

Quella notte, gli sparano un colpo di fucile alle spalle nella mentre percorreva la strada per tornare a casa.

La sera prima gli avevano incendiato l’auto. Due sere prima a prendere fuoco era stata l’auto di un altro componente della squadra.

La squadra antiabusivismo nelle settimane precedenti aveva sequestrato numerosi immobili e fatto arrestare molte persone.

Sposato con Domenica Zema, che resta vedova all’età di 26 anni, Giuseppe sarebbe diventato padre tre mesi dopo.

Gli hanno sparato sotto casa. Aveva appena parlato al citofono con la moglie: ‘Sono arrivato, aprimi il garage’. Mentre risaliva sull’automobile è stato travolto da una pioggia di proiettili.

Da sei mesi Macheda faceva parte della squadra di vigili urbani che, agli ordini del pretore, Angelo Giorgianni, controllava i cantieri edili per colpire le costruzioni abusive. Era uno dei dieci uomini che comandati da un maresciallo hanno denunciato, nelle ultime due settimane, non meno di cinquanta persone fra impresari e proprietari di stabili. Avevano costruito, senza autorizzazione, case di cinque o sei piani anche in zone vincolate.

Quei controlli disturbano sia le imprese che i proprietari degli stabili: alcuni teppisti avevano incendiato, a scopo intimidatorio, l’auto di Ferdinando Parpiglla, un altro vigile della squadra. Quello fu il primo avvertimento. Forse, in prima battuta, l’episodio non era neppure stato collegato con le indagini che Parpiglla stava conducendo. Se invece c’era stato un sospetto di vendetta, l’intimidazione non era servita a fermare le guardie, meno ancora il magistrato.

La sera del 28 febbraio Giuseppe Macheda partecipa a una riunione operativa del gruppo nella sede del comando vigili urbani, presente anche il pretore. L’incontro termina dopo la mezzanotte e Macheda torna a casa. Il killer aspetta che scenda dall’auto, parli al citofono con la moglie e si volti per risalire sulla vettura per portarla in garage: è a un metro da lui e spara due volte. Giuseppe Macheda muore all’istante.

Domenica Zema si affaccia alla finestra e urla. Gli inquilini della casa tentano di soccorrere la vittima e chiamano l’ambulanza che arriva dopo pochi minuti con la polizia, ma per Giuseppe non c’è nulla da fare: ha pagato con la vita il servilismo alla legalità.

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