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Nascondeva 4 molotov in bagno: arrestato Emiliano Zapata Misso, giovane rampollo del clan del centro storico

di / 0 Commenti / 1556 Visite / 4 settembre, 2017

71748_misso_emilio_zapataCon l’accusa di aver nascosto nel bagno di casa quattro molotov, Emiliano Zapata Misso, 36 anni, già noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato.
Misso è un cognome che tra i vicoli del centro storico di Napoli è sinonimo di camorra: Emiliano è figlio di Umberto Misso e nipote di Giuseppe, soprannominato O’ Nasone, storici esponenti della famiglia malavitosa che un tempo dominava il Rione Sanità.
Emiliano Zapata Misso era stato condannato nel giugno del 2013 dalla Corte d’Assise d’Appello ad 8 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio doloso aggravato ed era attualmente sottoposto al regime della detenzione domiciliare per associazione di tipo mafioso. Nell’ambito dei continui ed incessanti servizi di controllo del territorio predisposti dalla Questura di Napoli per il contrasto ai fenomeni criminali nel centro storico, nel quartiere Forcella e nel rione Sanità, gli agenti dell’Ufficio Prevenzione Generale, coadiuvati da quelli del Commissariato Vicaria – Mercato, hanno arrestato il 36enne.

La nascita del sodalizio criminale tra le tre famiglie Misso, Pirozzi e Savarese sarebbe da datare intorno agli anni ’80 e portò alla “cacciata” dei boss Tolomelli e Vastarella, costretti ad abbandonare il quartiere con le loro famiglie. Lo scontro giunse al culmine quando nel 1998 un’autobomba piazzata dai Vastarella ferì 11 persone, nel tentativo di colpire Giulio Pirozzi. Il leader storico e fondatore del clan è Giuseppe Misso (Missi all’anagrafe) detto “o Nasone” dotato di un indiscusso carisma e sostenuto fin dall’inizio della sua carriera criminale da Luigi Giuliano, legame che si sarebbe sciolto, inevitabilmente, quando quest’ultimo ha cominciato la sua collaborazione con la giustizia.
Il tratto distinitvo del clan Misso è da ricercare nelle azioni criminali attraverso le quali traeva i proventi necessari per sovvenzionare le attività dell’organizzazione: furti e rapine nelle banche, negli uffici postali e dei furgoni blindati e tra i profitti dal controllo delle cooperative di ex detenuti, dell’usura, dai falsi, dall’oro e dal controllo delle gioielleri. Niente usura, racket e spaccio di droga, un modus operandi insolito che assicurò al clan la stima e il rispetto della gente comune.

I Misso giunsero ad allearsi anche con i due clan più potenti dell’entroterra vesuviano, i Mazzarella e i Sarno, che avevano chiare ragioni di odio nei confronti dell’Alleanza di Secondigliano, per un progetto di vendetta per l’omicidio di Assunta Sarno. In seguito alle plurime “conversioni” che hanno portato molti boss e figure di spicco, i Misso, ma anche i Mazzarella e i Sarno, andarono incontro ad un inesorabile declino.
Nel febbraio del 2006, i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno arrestato a Roma Emiliano Zapata Misso, all’età di 25 anni. Il giovane, ritenuto reggente dell’omonimo clan camorristico protagonista della faida scatenatasi nel quartiere Sanità di Napoli, stava per fuggire in Spagna.

Emiliano Zapata Misso è stato arrestato all’esterno di una pizzeria, poco dopo aver cenato. Il presunto boss si trovava nel centro di Roma, nei pressi del Colosseo, quando sono arrivati i carabinieri di Napoli. Misso ha riconosciuto alcuni investigatori e, in un certo qual modo, si è anche tranquillizzato, temendo evidentemente di cadere in agguati tesi da killer della fazione contrapposta, capeggiata da Salvatore Torino.

All’epoca Emiliano era ritenuto dagli investigatori il reggente del clan ed erede naturale dello zio, Giuseppe Misso, che dal 2007 è un collaboratore di giustizia. Oggi Emiliano Zapata Misso, 36 anni, torna a far parlare di sé, dopo la revoca della protezione speciale. Appena due mesi fa aveva lanciato, attraverso le pagine del quotidiano Il Roma, la sua disperata richiesta d’aiuto allo Stato, poiché – senza più scorta – temeva per la sua incolumità e per quella dei suoi familiari, in quanto asseriva di rischiare la vita, da quando erano tornati a vivere a Napoli.

A rendere concreto quel rischio, secondo l’ex pentito, era stata una puntata delle “Iene” su Italia 1: «L’inferno che sto vivendo inizia l’8 marzo dell’anno scorso, quando viene mandata in onda un’intervista ai miei fratelli Manolo e Celeste – aveva raccontato Zapata – i quali denunciano i rischi per la loro incolumità e invocano l’immissione nel programma di protezione per i testimoni di giustizia». In quella circostanza fu mostrata una foto di Emiliano tornato a Napoli con la moglie, che a luglio scorso sarebbe rimasta vittima di un’aggressione. «Tu e tuo marito non fatevi più vedere o vi uccidiamo», sarebbero state le parole dette alla donna da persone che l’avrebbero minacciata e malmenata in via Foria. Proprio dove Misso risiedeva agli arresti domiciliari per associazione mafiosa in un appartamento, dove gli agenti hanno rinvenuto quattro molotov nel bagno.

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