Il nuovo modo di leggere Napoli

E se i Sarno non fossero mai andati via da Ponticelli?

di / 0 Commenti / 1942 Visite / 4 settembre, 2020

wp_20160608_19_51_09_proAd accendere i riflettori degli inquirenti sugli “eredi” dell’ex clan Sarno di Ponticelli è un arresto maturato all’incirca un mese fa e avvenuto nel cuore della riviera Romagnola.

Dalle investigazioni condotte dalla Guardia di Finanza romagnola emerge l’esistenza di una compagine criminale stabilmente stanziata nella provincia riminese, al cui interno si evidenziano in posizione di predominio: Giovanni Iorio, pluripregiudicato, sorvegliato speciale, cognato di Vincenzo Sarno, fondatore – insieme ai fratelli – dell’omonimo clan e oggi collaboratore di giustizia.

La maxi-operazione delle fiamme gialle denominata “Darknet” ha evidenziato l’impostazione di un modello camorristico ramificato e radicato in diverse città italiane con una struttura organizzativa e un modus operandi più confacente ai casalesi che ai clan napoletani: niente spari ed azioni eclatanti, più infiltrazioni “silenziose, ma remunerative” nelle attività economiche.

L’impero del “nuovo clan Sarno” si basa su attività operanti nei settori edilizia, ristorazione, commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi, sale gioco, impiantistica, noleggio auto, per un valore complessivo stimato intorno ai 30 milioni di euro.

Le complesse indagini svolte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Rimini sono partite nel novembre del 2017 dalla città di Cattolica, dove risultano domiciliati diversi esponenti della criminalità organizzata campana e i loro familiari.

Le indagini hanno consentito di accertare la presenza di uno “zoccolo duro” ai vertici dell’organizzazione, della quale il cognato di Vincenzo Sarno era parte integrante, insieme ad altre persone, finanche imparentate con i casalesi. Intorno ai pilastri dell’organizzazione orbitavano delle figure “accessorie”, la cui appartenenza al sodalizio non è stata provata, in quanto reclutati dai “capi” quando dovevano svolgere qualche mansione, ricoprendo, in sostanza, un ruolo di “consulenti esterni” al clan.

Un’organizzazione che è riuscita ad infiltrarsi nell’economia legale della Romagna, controllando diverse attività economiche in diversificati settori imprenditoriali. Come l’edilizia, la ristorazione e l’impiantistica industriale, traendo risorse mediante fatturazioni per operazioni inesistenti tra le società a loro riconducibili. Grazie alla complicità di un commercialista, drenavano gli utili mediante emissione di fatture per operazioni inesistenti per centinaia di migliaia di euro. Successivamente prelevano in contanti dai pagamenti ricevuti.

L’organizzazione è inoltre riuscita ad assoldare due incaricati di pubblico servizio per l’acquisizione illegale di appalti pubblici, oltre che reinvestire e auto-riciclare in attività imprenditoriali, immobiliari e finanziarie, ingenti somme di denaro derivanti da attività delittuose.

Attraverso dei prestanome il clan aveva intestato a terzi ingenti patrimoni e attività commerciali frutto di attività estorsive e dello spaccio di stupefacenti.

Grazie alla concretizzazione di questo modello di business criminale, l’organizzazione è riuscita ad affermare il proprio controllo egemonico sul territorio basso romagnolo e non solo, attraverso la repressione violenta dei contrasti interni.

Giovanni Iorio, tuttavia, non ha “sprecato” gli insegnamenti frutto dell’esperienza trentennale maturata dal clan Sarno, riproponendo proprio quello stile di vita sommesso che ha consentito alla cosca di Ponticelli di beneficiare per decenni di un alloggio popolare. Iorio, infatti, dichiarava una situazione reddituale insufficiente, pur disponendo di un’elevata disponibilità economica derivante dalla partecipazione occulta in numerose società operanti nei più disparati settori economici e formalmente intestate a prestanome. Così come emerge dalle intercettazioni telefoniche e ambientali.

Sono partiti da una pizzeria al taglio, la ’Lukè’ a Cattolica, per poi attecchire nelle Marche, a Gabicce, in Basilicata, a Torino, infiltrandosi con denaro ’sporco’ nell’economia, e Parma, dove grazie alla corruzione di funzionari pubblici, sono entrati nel giro degli appalti.

A Cattolica però, oltre alla sala scommesse che ricicla il denaro e al quartier generale del clan, vivono anche le loro famiglie. E’ proprio

Iorio in un’intercettazione a spiegare che “non dimentica mai la sua famiglia, della quale fanno parte anche gli uomini che gli sono stati fedeli.”

Iorio, infatti, invia denaro ai detenuti, recluta persone provenienti dal suo quartiere, Ponticelli, acquista ed intesta fittiziamente a terzi beni mobili ed immobili, eccezion fatta per una ditta individuale, la ’Costa Romagna’ con sede a Cattolica, intestata a lui e iscritta presso la Camera di Commercio, dichiarando falsamente di essere penalmente incensurato. Una ditta sulla quale sono transitati bonifici per oltre 330mila euro e che, nel gennaio del 2018, dopo i controlli della Finanza, è stata raggiunta da un’interdittiva antimafia della Prefettura di Rimini con decadenza della stessa ditta. Un vero e proprio boss, Iorio, che incute terrore a chi lavora per lui e al quale si rivolgono da Ponticelli per cercare vendetta per un affronto subito.

Nel “suo” quartiere, Ponticelli, Iorio è uscito di scena in manette. Arrestato il 31 marzo 2010 proprio nel Rione De Gasperi di Ponticelli, storica roccaforte dei Sarno. In quella circostanza, fu sorpreso in un’abitazione diversa da quella in cui era residente, mentre era in compagnia della moglie.

Le indagini condotte dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli hanno permesso di smantellare un sodalizio criminale, legato al clan Sarno, gestito, promosso e diretto proprio da Giovanni Iorio, in ragione del vincolo di parentela che lo lega a Vincenzo Sarno. L’obiettivo era assumere la gestione monopolistica della distribuzione del gasolio e dei carbolubrificanti. Nel corso dell’attività investigativa è stato accertato che l’organizzazione, composta da altre 50 persone, aveva sottratto al pagamento dell’accisa e commercializzato illecitamente decine di migliaia di litri di gasolio.

Il quadro che emerge dall’operazione a firma della fiamme gialle romagnole è quello di un clan tutt’altro che decapitato dai pentimenti e dagli arresti e che ha perfino rifocillato le sue finanze, investendo capitali illeciti nell’economia legale. In sostanza, il clan nato nel Rione De Gasperi, lontano da Ponticelli, nel corso di questi anni, avrebbe compiuto un notevole salto di qualità.

Stimato essere il nuovo “leader maximo” del clan Sarno, Iorio non ha solo concorso a radicare ben oltre i confini di Napoli est gli interessi dell’organizzazione, ma sarebbe anche l’artefice dei rumors che ipotizzavano un ritorno sulla scena camorristica ponticellese dell’organizzazione nata proprio nel Rione De Gasperi. 

Secondo quanto emerso da un’intercettazione telefonica, Iorio avrebbe trascorso proprio nell’ex bunker dei Sarno le vacanze di Natale nel 2018. Nell’ambito della stessa telefonata, una frase pronunciata dall’interlocutore di Iorio, balza alle orecchie degli investigatori: “Ora comandiamo noi là”, una constatazione accolta con una grassa risata dal nuovo ras dei Sarno.

Pochi giorni dopo, il 3 gennaio 2019, parlando al telefono con un certo “Mimmo”, Iorio constatava che a Ponticelli era tornata la normalità, in seguito al periodo di spari e fibrillazioni segnato prima alla cosiddetta “rivolta contro i parenti dei pentiti dei Sarno” . Una constatazione supportata da un dato di fatto oggettivo: aveva trascorso 10 giorni a Ponticelli, passeggiando indisturbato tra le strade di quel quartiere dove i parenti degli ex affiliati al clan Sarno, costretti a massicce condanne dalle dichiarazioni rese dalle figure-simbolo dell’organizzazione, avevano giurato di lavare con il sangue l’infamia del tradimento. Una circostanza che, a detta degli inquirenti romagnoli, comprava il ritorno in auge di Iorio, quindi dei Sarno, nell’ambito della scena camorristica ponticellese.

Una velleità che ha fatto irruzione sulla scena ponticellese in maniera irruenta: nel gennaio 2017, l’ex boss Giuseppe Sarno e sua cognata Patrizia Ippolito, moglie di Vincenzo Sarno, entrambi passati dalla parte dello Stato, dal tavolino di un bar della località protetta dove vivevano sotto protezione, attraverso una diretta facebook, parlano ad amici, conoscenti e parenti, inviando una serie di messaggi subliminali, volti a lasciar intendere che “i fratelli Sarno non erano mai andati via” e che chi voleva il male dei fratelli Sarno doveva fare una brutta fine.

Un video che finisce nel mirino di un pool di magistrati della procura di Napoli che avvia un’indagine per far luce sulla vicenda. Pochi mesi dopo, a settembre del 2017, l’ex numero uno della cosca di Ponticelli viene tradotto in carcere a Torino per scontare le pene “sospese” per effetto del suo status di collaboratore di giustizia. Giuseppe Sarno detto ‘o mussillo, secondo il pool di magistrati che hanno analizzato la sua condotta scandagliando parola per parola quel video che la nostra redazione ha pubblicato integralmente in esclusiva, avrebbe effettivamente compiuto un passo falso non compatibile con il suo status di collaboratore di giustizia.

Il desiderio di rivendicare potere e predominio su quel quartiere che continua a sentire “suo”, ha fatto commettere all’ex boss di Ponticelli un errore madornale che, tuttavia, non avrebbe scalfito i piani della cosca di ritornare a Napoli est.

Un’ascesa che potrebbe essere confermata da un altro elemento: la scelta delle località dove diverse persone legate a vario titolo ai Sarno hanno trascorso le vacanze. “Stranamente” si tratta delle stesse località dove attualmente risiedono gli eredi dei Sarno o dove vivono sotto protezione alcuni degli ex Sarno, oggi collaboratori di giustizia.

 

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