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“Gomorra-La Serie”: la latitanza di Genny Savastano a Ponticelli rivela un retroscena realmente accaduto

di / 0 Commenti / 899 Visite / 20 settembre, 2021

gomorra-31Manca ormai pochissimo alla messa in onda dell’ultima stagione di “Gomorra-La Serie”, la fortunata fiction prodotta da Cattleya in collaborazione con Beta Film, ideata da Roberto Saviano.

E mentre cresce l’attesa tra i fans della serie, liberamente ispirata a fatti di camorra realmente accaduti, tra i verbali contenenti le dichiarazioni dei fratelli Sarno, ex boss di Ponticelli, emerge una rivelazione che probabilmente ha portato lo scrittore Roberto Saviano a dirottare Genny Savastano, il boss protagonista della fiction, nella periferia orientale di Napoli e, nella fattispecie, a Ponticelli. Tutt’altro che casuale, infatti, la scelta del bunker nel quale Genny trova rifugio e protezione da latitante: il Rione De Gasperi di Ponticelli, ex fortino dei Sarno.

Fin dalla prima serie sono emerse analogie tra i fatti narrati nella fiction e le fasi salienti della “Faida di Scampia”, scoppiata nel 2004 nella periferia Nord di Napoli, tra il clan Di Lauro e i cosiddetti “scissionisti” per il controllo i quella che all’epoca era la piazza di spaccio più redditizia d’Europa. Proprio durante le concitate e sanguinarie fasi della faida che costò la vita anche a numerosi civili, vittime innocenti della criminalità estranee alle dinamiche camorristiche, Cosimo Di Lauro, figlio di Pasquale detto “Ciruzzo ‘o milionario”, si recò nel Rione De Gasperi di Ponticelli per chiedere appoggio a Luciano Sarno.

Di Lauro Junior, dunque, nell’ambito della faida che costò un notevole dispendio di uomini e forze al clan di famiglia, chiese appoggio e supporto anche a quello che all’epoca era il clan più autorevole della periferia orientale di Napoli, i cui tentacoli agguantavano il centro storico e i comuni dell’entroterra vesuviano.

Forti delle alleanze strategiche intrecciate con i clan più influenti di Napoli e provincia, negli anni in cui esplose la faida di Scampia, i Sarno godevano di ottima salute, detenendo le redini del potere ben salde tra le mani di 5 fratelli che partiti da Ponticelli, conquistarono un’enorme e consistente fetta di potere.

Per i Di Lauro avere i Sarno dalla loro parte significava beneficiare dell’appoggio di un alleato “di peso”, in grado di garantirgli una comoda vittoria contro “gli Scissionisti” che altri non erano che ex sodali che avevano deciso di fondare un sodalizio autonomo per mettere in discussione l’egemonia del clan capeggiato da Ciruzzo ‘o milionario e dai suoi figli.

Un vortice di eventi in grado di innescare un circolo vizioso di problemi ben noti ai Sarno che in quel momento storico erano reduci dalla scissione di Antonio De Luca Bossa detto “Tonino ‘o sicco”, ex macellaio della cosca del Rione De Gasperi che poi decise di fondare un sodalizio camorristico autonomo.

Tonino ‘o sicco debutta da solista e leader del clan che porta il suo cognome compiendo il primo attentato stragista con autobomba in Campania: è il 25 aprile del 1998 e quell’agguato fu ordito per uccidere il boss Vincenzo Sarno, ma qualcosa andò storto e la bomba esplose anzitempo, mentre a bordo della vettura sulla quale era stata piazzata c’era solo il giovane Luigi Amitrano, autista e nipote del boss. 

Un evento che procurò una ferita indelebile nel cuore della famiglia Sarno, ma che ne favorì l’ascesa criminale per effetto dei numerosi blitz ed arresti che indebolirono notevolmente i De Luca Bossa. Negli anni della faida di Scampia, il clan Sarno erano uno dei più influenti della regione.

Quando Cosimo Di Lauro si ritrovò a tu per tu con i vertici della cosca tanto temuta quanto rispettata, nell’ambito di una riunione avvenuta nell’ex scuola che giaceva nel Rione De Gasperi e che i Sarno consideravano un vero e proprio ufficio, a rappresentare la famiglia era Luciano Sarno.

Accolta la richiesta del clan Di Lauro di ottenere appoggio nella faida in corso contro gli Scissionisti, Luciano Sarno sottopose la questione al leader indiscusso del clan: Ciro Sarno detto “il sindaco”. 

La decisione di quest’ultimo fu rapida e risoluta: il boss Ciro Sarno, dalla cella del carcere nel quale era detenuto, decise che era meglio non immischiarsi in quella faida, negando aiuto e supporto ai Di Lauro.

Una decisione supportata da due motivazioni: in primis, “i macelli” scaturiti da quella faida, ovvero, le numerose vittime innocenti che avevano perso la vita, pur non essendo coinvolte nelle dinamiche che avevano portato le fazioni avverse ad impugnare le armi. Le morti innocenti, soprattutto quelle che maturano in barba a logiche criminali, attirano i riflettori delle forze dell’ordine e portano a mobilitazioni, atti d’indignazione collettiva, innescando così una serie di dinamiche tutt’altro che propizie alla gestione indisturbata dei traffici illeciti. Ne era consapevole il boss Ciro Sarno che per preservare gli affari della cosca, decise di tenere il clan lontano dalla faida in corso nell’area Nord di Napoli. In effetti, quella che è stata ribattezzata “la faida di Scampia”, verrà tramandata ai posteri come una delle guerre più efferate della storia della criminalità organizzata, a fronte di 70 morti tra il 2004 e il 2005.

Inoltre, un altro elemento portò il boss Ciro Sarno a respingere la richiesta dei Di Lauro: Cesare Pagano, uno leader e fondatori del cartello “scissionista” di Secondigliano, era imparentato con i Sarno. Il padre dei fondatori del clan di Ponticelli era un lontano parente di Pagano: un legame che Ciro Sarno non poteva ignorare nè boicottare per schierarsi con i Di Lauro.

A svelare questo retroscena che portò a un nulla di fatto, con i Di Lauro costretti ad incassare il no dei Sarno, fu lo stesso Luciano Sarno – morto nel dicembre del 2018 – nelle pagine dei verbali in cui sono riportate le dichiarazioni rese da collaboratore di giustizia, analogo destino al quale sono andati incontro anche gli altri fratelli e figure apicali del clan.

Verbali che hanno probabilmente ispirato la fantasia di Roberto Saviano che, però, ha consegnato alla sua storia un epilogo diverso, facendo approdare Gennaro Savastano tra i grigi palazzoni del Rione De Gasperi, consentendogli così di beneficiare durante la latitanza della preziosa protezione del “Maestrale”, un misterioso boss di Ponticelli che potrebbe a questo punto ispirarsi alla figura di Ciro Sarno, ex boss di Ponticelli, oggi collaboratore di giustizia.

 

 

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