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Agguato Ponticelli: lo sciacallaggio mediatico che disonora la memoria di Ciro Colonna

di / 1 Commento / 2146 Visite / 8 giugno, 2016

11181284_10206476142611926_8228775857521113088_nÈ una mattinata calda e silenziosa quella che introduce il giorno dopo l’agguato in via Cleopatra, la strada del Lotto Zero di Ponticelli che ieri pomeriggio ha accolto un duplice omicidio di chiara matrice camorristica.

A morire sotto i colpi dei sicari giunti a piedi e a volto scoperto erano in due, come le vittime: il 25enne Raffaele Cepparulo, leader del clan dei Barbatos egemone nel Rione Sanità e il 18enne Ciro Colonna, VITTIMA INNOCENTE DELLA CRIMINALITÀ.

Regna il silenzio nel Lotto Zero, dopo le lacrime e le urla che raccontavano un dolore, straziante e indicibile, franato nel più crudo ed inaspettato dei modi nella vita di quella madre, di tutti i familiari, degli amici e delle persone del Rione che Ciro lo conoscevano fin da bambino.

Quel dolore che un giornalista ha cercato di “spettacolarizzare” puntando la telecamera su quelle ferite dalle quali grondava una sofferenza che a più riprese ha fatto perdere i sensi a quella madre, stravolta e sconvolta. Appena giunti sul luogo dell’accaduto, i familiari di Ciro sono stati accolti da quest’approccio a dir poco invadente da parte di un cronista/operatore che ha fatto perdere le staffe alle persone del Rione.

Un momento di blackout, ingiustificabile, come ogni episodio di violenza, ma è chiaro che le dinamiche che si sviluppano al cospetto di quei concitati attimi non possono basarsi su alcun ragionamento logico.

La follia vomitata da un dolore dilaniante, da un lato, la manchevole e spregiudicata “fame di notizia” spoglia delle più basilari regole di buon senso, oltre che quelle dettate dal codice etico, sociale e professionale.

Il parco Merola di Ponticelli si trova ad una centinaia di metri di distanza dal Lotto Zero: è lì che lo scorso inverno ho subito due aggressioni che, di fatto, hanno interrotto un percorso lavorativo ben più lungo ed articolato di quello riconducibile ad un mero articolo o un singolo servizio giornalistico.

Le manifestazioni di solidarietà più acute e sincere mi sono giunte proprio da lì, dal Lotto Zero. Fin da subito.

Tutti sapevano quale fosse la mia ambizione: istituire un’associazione nel parco Merola dedicata ai ragazzi, ai bambini del quartiere per assicurare un’alternativa concreta ed appetibile all’inerme degrado di quella realtà tra le cui crepe la criminalità trova terreno fin troppo fertile.

Un sogno infranto dalla violenza, ma a poco più di una settimana di distanza da quei brutali episodi, nel Lotto Zero di Ponticelli era già pronta una stanza destinata ad accogliere me e le mie ambizioni, oltre che i bambini e i ragazzi del quartiere, per far sì che tornasse fin da subito a tuonare la speranza di un futuro migliore sul cielo di quella periferia, difficile, senza dubbio, ma fortemente desiderosa di abbracciare un compiuto e tangibile riscatto.

In quella circostanza fui io a fare un passo indietro, intimorita proprio dalla vicinanza fisica tra i due luoghi: rendermi fisicamente identificabile ai miei aggressori non risultava essere la mossa più astuta da compiere, né la più sicura. Non solo per me.

Tuttavia, in quel rione, ho sempre rilevato un accorato rispetto, verso la mia persona e, ancor più, verso il mio lavoro. Si ironizza sulle mie aggressioni, ci si confronta e ci si indigna: esattamente com’è accaduto quando ne ho parlato con i residenti di Chiaia, del Vomero e di Scampia.

Nessuno nel Lotto Zero odia i giornalisti.

È triste veder primeggiare il “festival dei luoghi comuni” al cospetto di una scena del crimine tanto straziante.

La gente del rione ha pesantemente inveito contro lo sciacallaggio mediatico, non contro la stampa.

È giunto il momento di scindere le due figure, soprattutto sul piano professionale. La differenza è sostanziale.

Giornalisti pronti ad azzannare il dolore di chi quel giorno lo ricorderà in eterno come il più brutto di sempre, ma che non si prendono la premura di capire e raccontare chi era Ciro Colonna: UNA VITTIMA INNOCENTE DELLA CRIMINALITÀ.

Ciro, un figlio, studente prossimo a conseguire il diploma di ragioneria. Figlio di una famiglia umile ed onesta, per quanto l’immaginario collettivo non sia pronto a concepirlo, anche negli alloggi popolari può accadere che esistano.

Ciro, un ragazzo normale, estraneo alle logiche della delinquenza e della criminalità, organizzata e non, recatosi nel circoletto erto a luogo di ritrovo dei ragazzi del rione e che a casa non fa più ritorno perché dei killer vi hanno fatto irruzione per “regolare i conti” con il leader del clan dei “Barbatos”, tale Raffaele Cepparulo.

Una morte “accidentale”, una morte assurda.

LA MORTE DI UNA VITTIMA INNOCENTE DELLA CRIMINALITÀ.

Come Annalisa Durante, come Maikol Russo, come Genny Cesarano. Come migliaia di altri ragazzi che non possono essere declassati da vivi e disonorati da morti solo perché nati, vissuti e anche morti in contesti “difficili” della città e delle periferie, dove la criminalità dilaga.

Anche di questo, “certa stampa” e certe coscienze dovrebbero tenere conto.

Un Commento

  1. Chi racconta e cosa racconta è sempre stato fondamentale per la verità dei FATTI DI CAMORRA.Ai media dell’industria commerciale del Nord non importa la verità dei FATTI, interessa solo le immagini cruenti e lo squallore di luoghi degradati delle nostre città. La verità è cosa inutile. Non importa il dolore dei familiari di un giovane studente come Ciro Colonna. Azzerare le differenze. Rendere la realtà di un solo colore, dove tutti sono camorristi e meritano di morire.
    Il lavoro di Luciana Esposito è importante, direi necessario, insostituibile per la verità e per rendere dignità alle donne, agli uomini e ai bambini di questi quartieri abbandonati dagli uomini dello Stato e , mi verrebbe da dire, abbandonati anche da DIO, ma la speranza divina e il coraggio di giornalisti ci conforta e ci sorregge.

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