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11 aprile 2015: ucciso Vincenzo Pace, un agguato voluto per “punire” il clan Cito

di / 0 Commenti / 1828 Visite / 15 aprile, 2017

103442261-83dc8985-506d-4cca-a7a3-834ac4cacbf6  Nel 2015, durante il pomeriggio di sabato 11 aprile, in via Rossi Doria, strada che sfocia su via Angelo Camillo De Meis a Ponticelli, all’esterno di un bar, si consuma un agguato di chiaro stampo camorristico.

Due killer affiancano Vincenzo Pace, pregiudicato 47enne, ed Emanuele Cito, 38 anni, stimato essere il reggente dell’omonimo clan, e gli esplodono contro diversi colpi di calibro 9. Pace muore sul posto, raggiunto da quattro proiettili al volto e al torace, mentre Cito, sopravvive miracolosamente all’agguato. Ferito ad una spalla, viene trasportato all’ospedale Villa Betania, era proprio lui il reale obiettivo dei killer.

Un agguato voluto per inviare un messaggio ben chiaro a Cito: deve cedere il campo ai De Micco, al clan di “Bodo”, il giovane boss che ha introdotto a Ponticelli una “nuova versione” della camorra, fatta di tatuaggi e “stese”, pronto a stroncare i sogni di gloria di chiunque provi ad ostacolarne l’ascesa. Un clan ben organizzato e militarizzato quello dei De Micco che annovera abili cecchini ed un’elevata adesione di affiliati, oltre a una consistente disponibilità di armi.

Non c’è partita. D’Amico, De Luca Bossa, Cito: tutte le organizzazioni che cercano di mettere in discussione l’egemonia dei De Micco, pagano con il sangue quest’affronto.

Dopo il declino dei Sarno, proprio l’organizzazione dei “Bodo” è riuscita ad imporsi con cruenta veemenza tra le mura del quartiere Ponticelli.

Proprio tra le rovine del Rione De Gasperi, quella che un tempo fu la roccaforte dei Sarno, non appena ha avuto inizio la fase di declino del clan, generata dalla “conversione” dei boss e degli elementi più autorevoli, diventati collaboratori di giustizia, in quel marasma di arresti, case fatiscenti e vendette trasversali, i superstiti dell’organizzazione, ancora desiderosi di servire e seguire il credo camorristico, hanno visto nel vuoto di potere creatosi, una ghiotta opportunità per farsi strada e giungere alla conquista dello scettro del potere criminale tra le mura di Ponticelli.

Il clan Cito sorge proprio tra le rovine del Rione De Gasperi, sotto la guida di Emanuele Cito.

Arrestato nel dicembre del 2009 per estorsione aggravata, mentre era in libertà vigilata, Cito prese di mira un cantiere presso il quale si stavano effettuando lavori di ristrutturazione di uno stabile. Dopo insistenti richieste, riuscì ad intascare il denaro: 50 euro, questo il bottino che l’uomo aveva estorto e che aveva ancora in tasca quando è stato tratto in arresto poco dopo, presso l’abitazione della madre, nel rione De Gasperi. Donna Lucia, la madre di Emanuele Cito, nel Rione De Gasperi ci vive tutt’oggi. Sottoposta agli arresti domiciliari, la donna è diventata celebre in seguito al servizio di “Striscia la notizia” andato in onda lo scorso novembre in cui Luca Abete documentava il degrado del rione. “Qua la camorra non ci sta più, ci sta solo a Secondigliano, per questo hanno avuto le case”, affermò la donna che, seppure fosse agli arresti domiciliari, si concesse ai microfoni di Canale 5. Esplicito il riferimento all’assegnazione di tre alloggi del progetto “nuove Vele” a Scampia ad altrettante famiglie di detenuti per reati di affiliazione.

La “breve parentesi” presso la casa circondariale di Poggioreale non ridimensiona le velleità di Cito che, trasferitosi nel Parco Merola di Ponticelli, recluta nuova manovalanza per tentare l’ambiziosa “scalata al potere”.

Il piano camorristico di Cito, classe 1976, padre di 4 figli e proprietario di due cani, viene smorzato da due episodi cruciali: un mancato agguato e un arresto.

Il raid armato dell’11 aprile, costato la vita all’amico e gregario Vincenzo Pace, al quale lo stesso Cito sopravvive con la consapevolezza che i cecchini li avevano raggiunti per uccidere lui. Da quel giorno se ne sta rintanato nel suo appartamento nel parco Merola di Ponticelli ed esce solo se e quando è strettamente necessario. Vive da “sorvegliato speciale”, ma non ridimensiona le sue velleità.

Nel maggio del 2016 viene architettato un ingegnoso agguato, ideato nuovamente per eliminare l’aspirante boss Emanuele Cito. Al calar del sole, la sua auto, parcheggiata all’interno del Parco Merola di Ponticelli, viene prima scassinata e poi spintonata fino al cancello d’ingresso perennemente aperto, dove viene data alle fiamme.

Secondo gli inquirenti, i De Micco avevano messo in atto una simulazione di furto, culminata in un fantomatico “gesto di stizza”, ma, in realtà, i killer erano appostati e pronti a sparare, non appena Cito sarebbe sceso in strada per sedare l’incendio. L’aspirante boss, però, legge immediatamente la reale intenzione celata dietro quel raid incendiario e si guarda bene dal precipitarsi in strada per spegnere le fiamme.

Nessuno dei residenti del parco Merola, quella sera, si prenderà la briga di domare l’incendio che verrà placato solo dai vigili del fuoco. Restano tutti barricati in casa, a sbirciare dal balcone e dalle finestre quello che sta accadendo in strada.

“Hanno incendiato la macchina di quello che voleva comandare lui”: bisbiglia il popolo addentrato nelle dinamiche della malavita locale.

A tutti è ben chiara, quindi, la matrice di quell’incendio doloso.

A distanza di un mese da quella “notte di fuoco”, anche il nome di Emanuele Cito figura tra quello dei 94 arrestati nell’ambito dell’operazione “Delenda” volta a sgominare il clan D’Amico e il business dello spaccio di droga tenuto in piedi dall’organizzazione, non solo nel Rione Conocal di Ponticelli.

Emanuele Cito, 40 anni compiuti dietro le sbarre lo scorso 19 luglio, come altri 78 destinatari di quel provvedimento, ha scelto il rito abbreviato per mirare alla riduzione della pena.       

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