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La cassazione fa barcollare le certezze dell’opinione pubblica: non è provato che Mariano Abbagnara sia un camorrista

Luciana Esposito di Luciana Esposito
28 Ottobre, 2017
in In evidenza, News
0
La cassazione fa barcollare le certezze dell’opinione pubblica: non è provato che Mariano Abbagnara sia un camorrista
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https://www.napolitan.it/wp-content/uploads/2017/10/MovieTrainer-Robinù-clip-1.mp4

340467-thumb-full-robinu_trailer_hdMariano Abbagnara, detto “faccia janca”, diventato celebre in seguito all’apparizione in “Robinù”, in cui racconta il suo “feeling” con il kalashnikow, ritorna sotto le luci dei riflettori, ma stavolta per una vicenda di carattere giudiziario.
La Suprema Corte di Cassazione, in accoglimento del ricorso promosso dall’avvocato Dario Vannetiello, ha annullato l’ordinanza emessa lo scorso 15 maggio dal Tribunale di Napoli che aveva a sua volta confermato che nei confronti del giovanissimo Abbagnara sussistevano gravi indizi della sua appartenenza al clan D’Amico di Ponticelli.
Tale annullamento è sorprendente, perchè segue un altro annullamento disposto lo scorso 21 aprile, sempre in accoglimento del ricorso proposto dalla difesa in merito ad una precedente ordinanza del Tribunale del riesame di Napoli.
I giudici hanno dimostrato di non essersi fatti condizionare dai racconti di Mariano in quelle immagini, andate in onda, prima nelle sale da cinema, poi sulla Rai, come si ricorderà il giovane Abbagnara, intervistato in carcere, mostra
entusiasmo nel ricordare i momenti in cui aveva tra le braccia un Kalashnikov, un piacere che equipara a quello di “avere una Belen tra le braccia.”

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Il punto è che Mariano un kalashnikov tra le braccia non lo ha mai avuto. Lo confermano le fonti investigative, le forze dell’ordine che operano sul territorio e che conoscono le dinamiche camorristiche di Ponticelli e le evoluzioni maturate negli anni. Nel Rione Conocal, i baby-boss non sono mai esistiti. C’erano sì dei ragazzi contigui alla malavita, al soldo dei “fraulella” che si davano arie da boss, ma non lo erano nella sostanza nè nella realtà dei fatti. I social, le mode, i video, le dirette su facebook impongono gli eccessi, perchè apparire procura più 24“like” e “follower” rispetto all'”essere”. Non è necessario “essere un camorrista” per essere accettato e venerato da quel sistema, da quel tessuto sociale che recepisce di buon grado le odi alla malavita, quello che conta è l’immagine che si dà di sè agli altri e Mariano è ben riuscito ad emulare questo smanioso bisogno di apparire, raccontando la figura di sè che aveva creato nella sua mente, ma che non trovava riscontro nella realtà: la prima forte spinta verso “la consacrazione a boss” è arrivata attraverso i social, quando in seguito al suo arresto, amici e parenti lo dipingevano come un leone in gabbia, continuando a pubblicare quelle foto in cui le t-shirt griffate e le bottiglie di Belvedere erano sempre in evidenza, ma non per merito dei soldi di “mamma-camorra”, ma grazie ai frutti dei sacrifici lavorativi dei genitori che proprio per non fargli mancare niente lo hanno perso di vista.

“Robinù” è stato il calcio di rigore senza portiere che Mariano non poteva sbagliare: mente sapendo di mentire quando racconta che a Ponticelli si spara contro le forze dell’ordine. La realtà racconta che i veri camorristi, a tu per tu con “Le guardie” non hanno mai aperto il fuoco, anzi, scappavano sui tetti per sfuggire agli arresti. Odio e timore, disprezzo e qualche parola pesante: questo è quanto “i veri camorristi” nel rione Conocal indirizzavano agli uomini in divisa, perchè consapevoli del fatto che la linea dura che le forze dell’ordine adottano nei confronti della criminalità è una delle poche costanti che si ripetono sul fronte della legalità. I 52 arresti del marzo 2015 e i 94 del giugno del 2016 lo confermano e, di fatto, le forze dell’ordine hanno sancito la fine del clan D’Amico, con la complicità dei De Micco che per conseguire la conquista del territorio hanno messo a segno numerosi agguati, costati la vita alle reclute del clan D’Amico, ma anche a molte figure di spicco del clan, in primis alla donna-boss Annunziata D’Amico detta “la passillona”.
Il processo per associazione a delinquere di stampo mafioso che vede imputato Mariano Abbagnara, attualmente ed è entrato nel vivo del dibattimento con l’esame dei collaboratori di giustizia, con prossima udienza calendarizzata al 23 novembre.
Ma, a seguito della decisione della Suprema Corte si dovrà a breve tenere un nuovo giudizio innanzi al Tribunale del riesame all’esito del quale appare a questo punto probabile il definitivo annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.
La Corte di cassazione ha finito per privare di valore quelli che apparivano due importanti indizi: la partecipazione di Abbaganara dell’omicidio di Raffaele Canfora connesso al pagamento di una fornitura di droga (vicenda per la quale già risulta essere stato condannato per omicidio alla mite pena di 16 anni) e le video-intercettazioni, quei video che hanno fatto il giro del mondo, dove era stato immortalato con armi in pugno durante le scorribande che caratterizzavano la guerra di camorra tra il clan D’Amico ed il clan De Micco.
Un omicidio barbaro e surreale, quello per il quale Mariano è stato condannato, maturato per una partita di droga non pagata. Non fu l’esecutore materiale, ma in quell’auto sulla quale fu scaricato il corpo del giovane agonizzante e portato in giro per le strade del vesuviano con la musica a palla per coprire i suoi ultimi rantoli e le strazianti richieste d’aiuto, c’era anche lui. Lo hanno lasciato morire, per poi disfarsene. Uno degli omicidi più efferati ideati da giovani ragazzi, boss “non nella forma”, ma nella sostanza, nei modi di agire e di pensare. Un delitto non commissionato dal clan, ma architettato dai giovani, forse smaniosi di scoprire cosa si prova ad uccidere qualcuno.

wp_ss_20161204_0-300x118La storia di Mariano rappresenta un monito che dovrebbe fungere da campanello d’allarme per tanti giovani e per i genitori di “certi ragazzi.”

Quella di Mariano è una famiglia onesta e vive lontana da certi schemi e da certe dinamiche, i genitori possiedono un ristorante nel vesuviano e Mariano nel Rione Conocal di Ponticelli ci andava perchè lì c’erano i suoi nonni, a loro era stato affidato il compito di badare a quel 16enne che di certo non aveva la testa dritta sulle spalle, ma era comunque il figlio di una famiglia “pulita”, mentre quei genitori lavoravano per non fargli mancare nulla. Mariano è la prova materiale e concreta di quanto “certe amicizie” possano essere fuorvianti e devianti per un giovane dal carattere acerbo, timido e vulnerabile e sancirne il definitivo avvicinamento alla malavita, seppure la “famiglia d’appartenenza” gli abbia impartito altri valori e lo abbia cresciuto nel segno di altri ideali.

Nel Rione Conocal, per certi ragazzi, i giorni passano tutti lenti e uguali: ridacchiando quando gli passa davanti una ragazza carina, abbozzando commenti ed apprezzamenti poco eleganti, schernendo i ragazzi che vanno a scuola o pettinati in modo strano o vestiti in modo strano. Parlano di niente e fumano una quantità indecifrabile di canne. Giocano ai video-poker e alla play station, al biliardo nei circoli ricreativi o trascorrono ore seduti sulle ringhiere del rione o fuori ad un bar, a fumare, fumare, fumare e parlare di niente o della vita di strada. Poi arrivano “i grandi”: i coetanei che grandi non lo sono per gli anni che hanno, ma per la fama che hanno guadagnato. Gli mostrano “il ferro”, quella pistola di cui tanto blaterano quei ragazzi, persi e sbandati, annoiati e sempre meno istruiti. Gli fanno provare “la droga dei grandi”, i coetanei che grandi non lo sono per gli anni che hanno, ma per le droghe che possono permettersi. La linea di confine tra lecito ed illecito, nei rioni come il Conocal, per i ragazzi come Mariano, sono molto sottili e, troppo spesso, diventano impercettibili. Mariano è andato oltre, senza rendersene conto, quando ha perso di vista l’insegnamento dei suoi genitori per fare suoi quelli della “nuova famiglia”. Non era un boss Mariano, i “fraulella”, orgogliosi e attaccati alle regole della “vecchia camorra” com’erano, non lo avrebbero mai permesso. Si servivano di quei ragazzi, su questo non vi è dubbio, ma quei ragazzi erano delle pedine, incapaci molte volte di individuare le mani che li giostravano. Perchè una stesa in pieno giorno, nel rione dei “fraulella”, tra la gente comune che passeggia stringendo tra le mani le buste della spesa, può avvenire solo con l’approvazione o l’ordine del clan. Perchè le armi, in seguito all’arresto dei fratelli “fraulella”, erano custodite in casa della “passillona” ed era lei a riporle tra le mani dei figli della camorra mentre gli spiegava per quale ragione se ne dovevano servire.

E, allora, perchè Mariano racconta quelle cose davanti ad una videocamera accesa? Perchè si atteggia a boss, se boss non lo è mai stato?

Le motivazioni sono tante. Mariano in carcere è entrato in contatto con ragazzi ancora più “cattivi e incattiviti” rispetto a quelli che ha lasciato fuori, nel Conocal. Il rione delle “stese” in pieno giorno per dimostrare forza e supremazia, quello delle piazze di spaccio a cielo aperto dove la droga si vendeva tra i bambini che giocavano in cortile. Quello della “passillona”, Annunziata D’Amico, una donna-boss con il “cuore di mamma” che indottrinava “quei ragazzi” per accrescere in loro il desiderio di affiliazione e devozione verso il clan e verso la sua figura di “mamma camorra”. Amata quando era in vita, osannata quando è stata trucidata, da tutti “quei ragazzi” come Mariano.

In quella visione distorta e contorta della vita, della legge e delle regole da seguire e perfino dell’esaltazione della morte che sostituisce l’attaccamento alla vita, subentra un rovesciamento del fronte che rende lecito l’illecito e giusto ciò che è sbagliato, quindi i reati.

“Oggigiorno comanda chi fa più macelli, chi fa più realti”: dice Mariano, condizionato dalla “moda” dei baby-boss che, di certo, a Ponticelli ha attecchito solo quando il giovane Marco De Micco ha deciso di fondare il suo clan, ma nel rione Conocal non ha mai avuto ragione d’esistere. In primis, perchè i D’Amico erano impegnati a combattere la faida contro i De Micco e non avrebbero mai permesso a dei “guagliuncielli” di mettere in discussione la loro supremazia nel bunker per eccellenza del clan. I De Micco, inoltre, erano e sono un vero esercito ben organizzato e militarizzato, per contrastare la loro forza non potevano servirsi di ragazzi inesperti, ma di camorristi navigati e pronti a tutto per servire il clan.

Il clan gli strizzava l’occhio in chiave futura, ma si serviva di quei ragazzi per “piccole mansioni”: la donna-boss Annunziata D’Amico gli commissionava la lista della spesa, gli chiedeva di andargli a comprare le sigarette o di andare a fare qualche “bussata di porta” – recapitare qualche messaggio – per conto del clan, ma quello che trapela dal contenuto delle intercettazioni, in casa D’Amico , un gregario del clan affermò che i De Micco di servivano di “ragazzini” per gli omicidi e criticava quella politica sostenendo che “oggi non si può morire per mano dei guagliuncielli”, disprezzando e condannando tassativamente quel modus operandi.

Molto probabilmente, il carcere ha permesso a Mariano di “innamorarsi” ancora di più della camorra, rispetto a quando era fuori, in quel rione dove la malavita non gli permetteva di esprimersi come ha fatto davanti a quella telecamera e ha visto in quell’occasione la sua grande opportunità per scimmiottare quell’immagine di sè che vive solo dentro la sua testa: il camorrista che avrebbero, forse, desiderato essere, ma che, di fatto, non è mai stato. E questo delinea uno scenario che fa ancora più paura: chi sarà Mariano Abbagnara quando tornerà in libertà?

Un figlio riconoscente ai genitori, pronto a lavorare nell’attività di famiglia o un mancato camorrista che vorrà tornare nel Conocal di Ponticelli per dimostrare in primis a sè stesso di essere all’altezza delle sue aspettative?

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