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27 novembre 2007: quando il neopentito Tommaso Schisa partecipò all’omicidio di una vittima innocente di camorra

di / 0 Commenti / 2664 Visite / 27 novembre, 2019

mediana_506207474884358132 Per capire com’è andata quella sera a San Giorgio a Cremano, quando un gruppo i figli dei boss del clan Sarno generarono una rissa nella quale perse la vita un 25enne estraneo alle dinamiche camorristiche, è necessario soffermarsi sul clima che regnava nell’entroterra vesuviano in quel preciso momento storico.

Dal Rione De Gasperi di Ponticelli, il clan Sarno deteneva il controllo del quartiere, troneggiando anche e soprattutto sui comuni limitrofi: il controllo dei traffici illeciti, le estorsioni, tutti i business malavitosi sono gestiti, controllati e capeggiati dalla cosca che per circa un trentennio ha dominato la scena camorristica della periferia orientale partenopea.

L’idea di passare dalla parte dello Stato, non sfiora minimamente i fratelli Sarno che detengono indisturbati lo scettro del potere del male, convinti che niente e nessuno potrà mai scalfire i loro interessi.

Cresciuti nella convinzione di appartenere alla famiglia camorristica più temuta e rispettata del circondario, i rampolli di boss ed elementi di spessore del clan, se ne vanno in giro ad ostentare il cognome che portano.

Per due giorni, a San Giorgio a Cremano, comune vesuviano al confine con Ponticelli, due bande di ragazzi si sfidano con sguardi e insulti sfrecciando sui motorini, ma senza un motivo o uno screzio concreto e reale all’origine e senza quasi conoscersi. Due branchi che si studiano e prendono le misure, prima di arrivare allo scontro.

«Se non ci appariamo, vi facciamo piangere», aveva minacciato il primo gruppo. «Non c´è niente da apparare, vi spariamo in testa», avevano replicato i membri dell’altro gruppo.

Quella guerra, alimentata da un odio insensato e che probabilmente voleva essere una prova di forza tra banditi-studenti della provincia napoletana, sfocia nel sangue e si spinge troppo oltre, fino a decretare la morte di un 25enne.
La sera del 27 novembre del 2007, una pallottola attraversa il cervello di Umberto Improta che resta per ore in coma irreversibile, poi in serata sopraggiunge la morte.

Quella di Umberto Improta è la storia di un ragazzo morto a 25 anni, al culmine di una rissa per futili motivi, all’esterno del Caffè del Presidente a San Giorgio a Cremano.

Umberto è coinvolto in quella rissa, sebbene sia completamente estraneo alle dinamiche del fatto.
Il pistola che gli perfora il cervello era destinato ad un altro Umberto che aveva osato schiaffeggiare Luigi Sarno alias “Topolino”rampollo della clan camorristico di Ponticelli.

Quattro giovani coinvolti nella rissa finiscono in manette. Sono tre minori e un ventenne, Giuseppe Rapicano, che proprio la polizia salva dal linciaggio degli amici della vittima sul luogo del delitto. Gli investigatori si mettono subito sulle tracce di almeno quattro complici, tra cui l’esecutore materiale del delitto.

La vittima faceva l’idraulico, anche se per gli investigatori Umberto Improta, era una “testa calda”. Il delitto si consuma in via De Gasperi a San Giorgio a Cremano, dinanzi al bar dove avviene l’ultimo duello, intorno alle 21.30 di martedì 27 novembre; alla fine di un raid che vede oltre una dozzina di giovani impegnati in un vero corpo a corpo. Poi qualcuno tira fuori la pistola, spara e uccide. E pochi istanti dopo, comincia la fase più selvaggia dello scontro.
Il gruppo degli avversari, da cui è partito il proiettile omicida per Umberto, viene infatti circondato, inseguito e letteralmente pestato dai loro “nemici” fino al blitz di polizia e carabinieri che sottraggono uno degli aggressori al linciaggio della folla.

Vengono arrestati: Marcello P. 17 anni, della periferia orientale, considerato uno degli artefici della lite poi degenerata nel sangue, risulta uno studente regolarmente iscritto a una scuola superiore e figlio di impiegati incensurati; Domenico A., 16 anni; Luca B., anch’egli 17enne, di Pollena Trocchia; e Giuseppe Rapicano, 20 anni, l’unico ad avere avuto realmente la peggio sotto calci, percosse e sputi che sono piovuti dalla folla inferocita sulla sua auto, una Mini Cooper letteralmente distrutta dall’aggressione. Rapicano, in manette, accenna a una protesta con la polizia: «Me l’avete fatta distruggere, la mia macchina».

Le manette scattano in tempo reale grazie ad un esemplare intervento – anche per sinergia, oltre che per tempestività – degli agenti del commissariato di San Giorgio a Cremano e dei carabinieri della compagnia di Torre del Greco. I giovani vengono sommariamente ascoltati.

Ovviamente scaricano su altri le responsabilità dell´omicidio. Il più sfrontato sembra proprio il diciassettenne, Marcello: «Abbiamo fatto una bravata… Ma chi se lo aspettava che andava a finire così». Attribuiscono poi al gruppo di Improta la paternità degli insulti e delle prime aggressioni. «Ci eravamo presi a parolacce – racconta uno degli arrestati – Solo che dal gruppo di Improta uno ci aveva incontrato per strada, su via Manzoni, e ci aveva detto: “Non vogliamo apparare, se vi incontriamo vi spariamo in testa”». Ed è sempre Marcello a raccontare che un’ora prima del delitto avrebbe visto quel commando sfrecciare sui motorini a caccia dei nemici. Per questo sarebbe andato ad allertare i rinforzi, cioè Rapicano e compagni. «Perché lui? Perché è di Ponticelli, grande e grosso, quello se le sa prendere le questioni». Si tratta di Luigi Sarno, 19 anni, detto ‘Topolino’, rampollo della famiglia camorristica egemone nell’hinterland vesuviano. Da Ponticelli, area d´influenza del clan Sarno vicina a uno dei ricercati, arriva – secondo gli inquirenti – anche la pistola usata per il delitto.
Salvatore Di Perna di 18 anni, detto “o Nerone’, e un minore di 17 anni sono gli altri due ricercati. I tre si sentono braccati dalle forze dell’ordine e sanno di avere le ore contate: si presentano spontaneamente al commissariato di Ponticelli, accompagnati dai loro avvocati e si avvalgono della facoltà di non rispondere.

Sette nomi e sette giovanissimi, tutti con la stessa accusa: omicidio.

Sono accusati di aver ammazzato Umberto Improta, 25 anni, di averlo ucciso con un colpo di pistola alla testa. Solo perché due branchi di bulli si incrociano sulla stessa strada e nessuno vuole abbassare gli occhi in segno di sottomissione. Tra quei sette qualcuno ha sparato, ma gli altri sei non hanno alcuna intenzione di dire chi è stato agli investigatori. Si coprono e si proteggono l’un l’altro. Né, soprattutto, hanno intenzione di accennare a un movente un po’ più solido di uno sguardo di sfida. Ammettono di aver partecipato alla lite con i rivali. Ma non hanno sparato e non sanno chi possa averlo fatto.

Il motivo della lite? Nessun ricordo.

Dunque la polizia ha indagato sulla storia personale dei tre. Uno di loro, Luigi Sarno, 19 anni, è il nipote del boss di rione De Gasperi, Ciro Sarno. E un altro – T. S., 17 anni, è il figlio di un sorvegliato speciale affiliato al clan Sarno. Per nessuno dei sette è stato possibile fare l’ esame Stube.

Si tratta di Tommaso Schisa, figlio di Roberto, attualmente gola profonda del clan di Ponticelli rifondato sulle macerie dell’ex clan Sarno, proprio in seguito al pentimento delle figure che, nel periodo in cui si consumò l’omicidio di Umberto Improta, rappresentavano la più temuta ed autorevole personificazione della camorra all’ombra del Vesuvio.

Nel mese di giugno del 2013, dopo condanne di primo grado, ricorsi e scarcerazioni, i giudici della Corte di Assise di Napoli hanno riconosciuto “il concorso anomalo” e condannato a soli 14 anni i due maggiorenni coinvolti nell’omicidio, sebbene il Procuratore generale avesse chiesto l’esclusione del “concorso anomalo” e la concessione delle attenuanti generiche.
Gli avvocati dei due responsabili della morte di Improta hanno dimostrato che quella sera i due hanno sparato non per uccidere, ma per intimidire un gruppo di giovani con cui avevano litigato, ottenendo così il riconoscimento del “concorso anomalo” .

Tommaso Schisa è stato condannato a 16 anni di carcere per l’omicidio di Umberto Improta e ha poi ottenuto un provvedimento di domiciliari: è l’inizio di un lungo vortice di arresti e scarcerazioni che si alternano con una cadenza quasi precisa, nel corso degli ormai 12 anni trascorsi da quella sera.

L’estate scorsa, all’età di 28 anni, al culmine dell’ennesima condanna a 13 anni di reclusione, al quale ha fatto eco l’ergastolo incassato dalla madre, Luisa De Stefano, tra le cui mani sono passate le redini del clan di famiglia, in seguito all’arresto del marito, Roberto Schisa, per effetto delle dichiarazioni rese dagli ex Sarno, “‘o muccusiello” – questo il soprannome appioppato a Tommaso Schisa – ha deciso a sua volta di pentirsi.

Una scelta che ha creato una frattura al momento insanabile nella famiglia Schisa e che ha portato la maggior parte dei parenti a rinnegare il giovane, troncando ogni forma di rapporto non solo con lui, ma anche con i familiari che, invece, hanno accettato il programma di protezione.

Guardare con gli occhi di oggi quella sera di 12 anni fa, consegna plurime e contrastanti consapevolezze di cui, i giovani interpreti della malavita di oggi, dovrebbero far tesoro, per imparare dagli errori compiuti dalle vite bruciate dalla camorra di ieri.

 

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