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“Le vere Scianel della camorra prestata a Gomorra”: Vincenza “Nancy” Carrese, la moglie del “baby-boss” Pasquale Sibillo

di / 0 Commenti / 1714 Visite / 10 agosto, 2020

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Nel marzo del 2017 i carabinieri arrestano due donne nella zona dei Decumani per detenzione e spaccio di stupefacenti. Una si chiama Vincenza Carrese, 25enne napoletana e moglie del baby-boss Pasquale Sibillo, arrestato a Terni due anni prima, dopo diversi mesi di latitanza. “Nancy”, questo il soprannome della moglie del baby-boss che nell’estate del 2015 fu tra i protagonisti della sanguinaria faida di camorra capeggiata dalla cosiddetta “Paranza dei bambini” di Forcella, era alla guida di una Smart, in compagnia di una 18enne e nascondeva 2 involucri di cellophane contenenti circa 210 grammi di marijuana tra le falde del suo vestito. Quando i militari le hanno bloccate, la 25enne ha tentato di liberarsi della sostanza stupefacente nascondendola dietro uno scooter parcheggiato vicino alla loro auto, ma il tentativo è stato inutile.

Un arresto che accende i riflettori su una nuova, giovanissima lady-camorra che in prima persona racconta le difficoltà e le insidie insite in quell’impervio e scomodo ruolo: “Ciao, vita mia, ti scrivo questi righi per farti capire come stanno le cose realmente e perchè mi sono trovata a fare questo!, inizia così la missiva che la Carrese invia al marito detenuto a Terni per aggiornarlo sulla piega che hanno assunto gli affari del clan nel quartiere. Nancy si lamenta della gestione delle casse del clan da parte di Giovanni Ingenito e Giovanni Matteo, i cugini di Pasquale Sibillo che il baby-boss ha designato suoi eredi, affidandogli le redini del clan.

“La prima cosa è che da quando prendevamo 300 euro io e Bruna adesso ne prendiamo solo 250, – si legge nella lettera – anche se i tuoi cugini non solo fanno le loro cose, ma quando vanno a piazza San Gaetano facendo il tuo nome non percepiscono niente, nemmeno un euro, ma loro ogni dieci giorni guadagnano 1000 euro e non mi danno nemmeno un fiore per te.”

In riferimento alla gestione delle piazze di droga, la Carrese denuncia quanto segue: “Fuori dalla loro piazza smaltiscono 100 grammi ogni 10 giorni, poi vendono anche l’erba a piazza Bellini e questa è un’altra infamia e nemmeno da lì mi danno i soldi.”

La gestione dei proventi delle attività illecite creano non poche frizioni all’interno del sodalizio camorristico, in virtù degli ordini impartiti dal carcere da Pasquale Sibillo: i proventi delle attività di spaccio e delle estorsioni devono essere destinati ai detenuti o utilizzati per pagare gli avvocati, ragion per cui nei portafogli degli affiliati liberi restano pochi spiccioli, suscitando ire e malcontenti. Perfino Anna Ingenito, la madre di Pasquale Sibillo e del defunto Emanuele, chiede spiegazioni al figlio in carcere, lamentandosi per il regime di ristrettezze economiche in cui vive, suscitando l’ira del baby-boss che la caccia in malo modo.

E’ in questo clima che Vincenza Cassese fortifica il suo ruolo all’interno del nuovo assetto camorristico, nell’ambito del quale le donne ricoprono un ruolo cruciale. Mogli, compagne e fidanzate di boss in carcere o liberi, ma tutte in grado di veicolare all’esterno del carcere i messaggi o di gestire personalmente lo spaccio, e persino di convocare le vittime di estorsione. Esattamente come i maschi, senza alcuna distinzione.

La prima fonte di guadagno, del clan sembra essere il commercio al minuto di cocaina e hashish, principalmente in via dei Tribunali, a casa di Antonio Napoletano detto ‘Nannone’. A gestire i traffici era il fratello Marco e la sorella Alessia. Enza Grossi, madre di Napoletano, Rita Carrano, Raffaella Criscuolo e Azzurra Venza controllavano invece il traffico degli acquirenti che chiedevano gli stupefacenti oltre a nascondere le dosi quando era necessario. Altra fonte di guadagno erano le richieste di ‘pizzo’ ai commercianti della zona dei Tribunali, prendendo di mira soprattutto le pizzerie. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali è emerso che pagavano tutti, anche macellerie e tabaccai.

Gli incontri avvenivano nei vicoli del centro storico e chi non pagava riceveva minacce e ricatti. Dall’interno del carcere i messaggi arrivarono grazie alle parole pronunciate dai ras detenuti attraverso le donne: Raffaella Criscuolo, convivente di Daniele Napolitano, Carmela Matteo, moglie di Napolitano ‘nannone’, Anna Ingenito, madre di Pasquale detto Lino Sibillo e Vincenza Carrese, detta Nancy, moglie di Pasquale Sibillo.

“E’ come un uomo, vuole sempre stare in mezzo…”, la descrive così Raffaella Criscuolo, convivente di Daniele Napolitano, inconsapevole di essere intercettata, Vincenza Carrese, moglie del boss detenuto Pasquale Sibillo. Era lei che controllava tutto e dava ordini agli affiliati attraverso i pizzini ricevuti in carcere dal congiunto. In un’altra intercettazione in casa si sente addirittura il figlioletto che pistola in mano dopo aver premuto il grilletto chiede: ‘Mamma perché non spara?”. In casa ci sono anche altre persone tra cui un amichetto. Nancy corre a togliere l’arma dalle mani del piccolo e prova a giustificarsi: “E’ del nonno, gli serve per andare a caccia”. Ma un certo Fabio presente in casa spiega meglio al piccolo che evidentemente è obbligato a crescere ricevendo tutti i “rudimenti” del clan. “Non spara perché è scarica”.

Sono solo alcuni dei retroscena emersi dall’indagine della Dda di Napoli con 22 ordinanze di custodia cautelari firmate dal gip Tommaso Parrella, e che racconta la nuova generazione della Paranza, fatta di donne e nuove giovani leve, tutte imparentate tra loro. Un clan rifocillato non solo dalle estorsioni a commercianti ed imprenditori del centro Storico di Napoli, ma anche traffico di droga e riciclaggi odi denaro, riuscendo ad inserirsi nel business dei Beb&Breakfast nel centro storico partenopeo. Sedici appartamenti erano stati occupati abusivamente  in vico San Nicola a Nilo numero 5 alle spalle della chiesa di San Domenico Maggiore e della cappella Sansevero. Alcuni appartamenti erano occupati abusivamente dalle famiglie legate alla malavita locale ed erano diventate la base operativa del clan Sibillo, mentre una delle abitazioni era stata addirittura trasformata  in casa vacanza e compariva su internet. Milena Del Gavio, una delle occupanti senza titolo, è la mamma di Vincenza Carrese, la moglie di Pasquale Sibillo che, secondo gli inquirenti, dal carcere continuava estorsioni e stese nel centro storico.

Figurano anche storiche e famose pizzerie napoletane come “Di Matteo”, “Il Presidente” e “Sofia” tra gli esercizi commerciali di via dei Tribunali, a Napoli, taglieggiate dagli estorsori degli eredi del clan Sibillo. La circostanza emerge dal provvedimento con il quale il gip Tommaso Perrella ha disposto, su richiesta della DDA, 16 arresti in carcere, 3 arresti ai domiciliari e 3 divieti di dimora nella provincia di Napoli. Tra coloro per i quali è stato disposto il carcere figurano anche i due reggenti del clan, Giovanni Ingenito e Giovanni Matteo, entrambi cugini del baby boss Pasquale Sibillo (anche lui tra i destinatari delle misure cautelari), della cosiddetta “paranza dei bambini”, (tutti già in carcere), e la moglie di quest’ultimo, Vincenza Carrese, 26 anni, che nel clan occupava una posizione apicale e per la quale le porte del carcere proprio in quella circostanza. La consorte del baby boss, che tutti chiamano “Nancy”, portava le cosiddette “imbasciate” (messaggi, ndr) del compagno ai cugini reggenti, teneva sotto controllo la cassa, conteggiando le “entrate” e le “uscite” e, soprattutto, riscuoteva anche il “pizzo” come quando ha convocato a casa dell’abitazione della famiglia Napolitano (tenuta sotto controllo dai carabinieri) i titolari della pizzeria “Il Presidente” per intascare il denaro settimanalmente. Aveva aperto un’altra pizzeria a Capri e quindi doveva pagare di più. L’intercettazione in questione risale all’aprile 2017 e a parlare di tangenti, tra gli altri, sono Giovanni Matteo e Giovanni Ingenito, cugini del baby boss Pasquale Sibillo. Giovanni Ingenito: “…se la capretta (cosi’ gli indagati chiamano il titolare della pizzeria “Il Presidente”, ndr) da’ altri 500 euro arriviamo a 1000 euro” Giovanni Matteo: “…almeno altri 1000 euro li deve dare, visto che si e’ aperto la pizzeria a Capri e sta facendo soldi a tonnellate”. Dalla stessa intercettazione, a cui prendono parte anche la moglie di Pasquale Sibillo, Vincenza Carrese, che tutti chiamano Nancy, e altre due persone, emerge anche l’esistenza di due liste, una sottoscritta dal baby boss e l’altra invece nelle mani del padre.

Oltre alle note pizzerie dovevano pagare il pizzo numerosi negozi di via dei Tribunali, uno dei decumani partenopei e zona turistica particolarmente famosa, come il noto “Bar Max” e la salumeria e macelleria “Sole”. Le date dei prelievi erano quelle tradizionali per gli uomini di camorra: Ferragosto, Natale e Pasqua, e le somme erano destinate ai “carcerati”.

Poi, se clan e vittime non si mettevano d’ accordo sulle cifre da pagare, scattavano le ritorsioni, come i colpi di pistola esplosi contro la saracinesca della pizzerie “Di Matteo” .

Da questa indagine è però emersa anche una nota positiva. Uno degli imprenditori taglieggiati dal clan, Gennaro Sole, titolare insieme al fratello dell’ omonima macelleria, il 18 maggio del 2017 ha trovato il coraggio di squarciare il muro di omertà e silenzio raccontando tutto alle forze dell’ ordine.

Stando a quanto emerso dalla sua denuncia, gli indagati Luca Capuano e Francesco Pio Corallo, già detenuti per altro, avrebbero avvicinato lui e il fratello Franco avanzando una richiesta a prova di equivoco: «Ci dovete dare il regalo per i nostri carcerati. Ci dovete consegnare 2.550 euro. Iniziate a preparare i soldi, poi vi facciamo sapere noi dove dovete consegnarli. Intanto avete portato i 1.000 euro? Ci sono tutti?». Un copione che, a partire dall’ estate del 2015, si è ripetuto con analoghe modalità anche ai danni di altre importanti attività commerciali del quartiere. Vincenza Carrese, Giovanni Ingenito e Giovanni Matteo, ad esempio, avrebbero a vario titolo messo sotto estorsione anche Massimiliano Di Caprio, titolare della pizzeria “Sofia”, e tale “Genny Sen Up”.

Così come è risultato cruciale il ruolo ricoperto da “Nancy” nel gruppo di “abbasc Miano”. Il gip di Napoli su richiesta della Procura Antimafia, ha disposto 35 arresti nei confronti di presunti appartenenti al gruppo malavitoso, sette dei quali riguardano altrettante donne tra cui Maria Trambarulo (nipote di Gennaro Trambarulo, ritenuto elemento di spicco dell’Alleanza di Secondigliano) compagna del boss Salvatore Silvestri, e Vincenza Carrese, moglie di Pasquale Sibillo, detenuto ed ex capo della camorra dei Decumani, componente della cosiddetta “Paranza dei bambini”. Come è emerso dalle indagini Sibillo dal carcere comunicava con la sua donna utilizzando il telefono che aveva a disposizione Silvestri. Il gruppo di “abbasc Miano” – per la DDA capeggiato da Matteo Balzano, Gianluca D’Errico e Salvatore Scarpellini – si teneva in contatto con gli affiliati anche attraverso la compagna del boss, Maria Trambarulo, demandata pure al recupero dei crediti e dell’usura. In relazione a quest’ultima attività illecita gli inquirenti hanno trovato e sequestrato un libro mastro.

Una presenza, quella della Carrese, dovuta alla comune detenzione del carcere di Terni di suo marito, Pasquale Sibillo, con Salvatore Silvestri, il ras di Miano e vero ‘regista’ dei passaggi sottomano che avvenivano in alcuni penitenziari grazie all’aiuto della moglie Maria Trambarulo. E’ il settembre del 2018 quando, grazia ad un accurato sistema di intercettazioni, le forze dell’ordine comprendono come Sibillo, ricorrendo a metafore, chiede insistentemente alla compagna di portargli qualcosa che, alla luce dei successivi accertamenti della penitenziaria risulterà essere hashish.

Sibillo chiede che nel pacco venga inserito un determinato paio di scarpe («Le scarpe, le hai comprate le scarpe per correre?») ma la compagna non capisce («Lino ma io non ho capito bene quale vuoi… non ho capito… le Saucony ho capito… se erano altre scarpe ma mi devi morire tu ma non ho capito, non mi ricordo quali ti ho mandato, ma tu ora al volo al volo le scarpe per correre! Non ho capito quale intendi»). Sibillo si altera perchè non vuole parlare chiaramente al telefono («Quando mi ha mandato le scarpe, quelle la».), e solo a questo punto Nancy capisce («ahh e io che ne so»). Non solo. Nel corso della stessa telefonata si fa riferimento a una medicina che la Carrese deve far recapitare al compagno per una dieta e che, a quanto pare, pure deve essere fatta entrare illegalmente nel carcere («Ma la dottoressa te la da la medicina?»).

 

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