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19 febbraio 2015: arrestato a Ponticelli il boss Salvatore De Micco

di / 0 Commenti / 1090 Visite / 19 febbraio, 2021

4-620x420Il 19 febbraio del 2015 i carabinieri della compagnia di Poggioreale, al culmine di un rocambolesco inseguimento, catturano a Ponticelli il ricercato Salvatore De Micco, 29enne reggente dell’omonimo clan camorristico attivo nell’area Est di NapoliL’uomo era destinatario di vari provvedimenti restrittivi emessi per omicidio, associazione di tipo mafioso, droga e rapina.

Dopo aver ricevuto una segnalazione che notificava la presenza di De Micco nella zona di Ponticelli, i militari si sono messi “a caccia” del ricercato e l’hanno visto transitare in viale Margherita, a bordo di una delle vetture che si sapeva potesse essere usata da lui.

Quando i militari si sono avvicinati all’auto per fermarla, De Micco ha tentato la fuga innescando un inseguimento durato alcuni chilometri. Quando le gazzelle inviate a supporto dell’operazione hanno bloccato la strada all’auto di De Micco, il giovane boss è quindi sceso dalla vettura per continuare a scappare a piedi tentando invano di nascondersi tra i veicoli in sosta di un parcheggio buio, ma è stato bloccato e ammanettato. Trovato in possesso di un documento falso, il giovane De Micco ha tentato di sottrarsi alle manette con tutte le sue forze, consapevole del fatto che era destinato a trascorrere tanti, tantissimi anni in carcere.
Un arresto che decreta il secondo cambio al vertice della cosca dei tatuati nel giro di pochi anni: Salvatore, infatti, era subentrato a suo fratello Marco, fondatore del clan, arrestato durante una cerimonia a maggio del 2013. In quella circostanza, gli agenti della Polizia di Stato entrati in azione per arrestare il boss, non fecero fatica a riconoscerlo: era l’unico tra gli invitati presenti al banchetto ad inossare un costoso Rolex, simbolo di sfarzo e potere. 
In effetti, Marco De Micco, è stato un precursore, un giovane carismatico e con un forte ascendente sui suoi coetanei che ha rinnovato la simbologia e il linguaggio in codice della camorra, proponendo un modello comunicativo rimodernato e di maggiore impatto, ben più diretto ed efficace, capace di affascinare e coinvolgere le giovani reclute da fidelizzare.
Dai tatuaggi all’ostentazione di oggetti lussuosi, il giovane “Bodo”, così soprannominato perchè accostato al personaggio di un fumetto, seppe irretire decine e decine di giovani che idolatravano il suo mito, enfatizzandone le gesta. Un giovane dal carattere taciturno, ma capace di sortire un forte ascendente sui ragazzi abituati a vivere ai margini della periferia e perennemente alla ricerca di stimoli utili per evadere dalla noia.
Ne erano consapevoli i fratelli De Micco, in particolar modo Marco e Salvatore, non solo per una questione di identità generazionale. Diversi, ma profondamente legati, complici e conniventi, i fratelli De Micco intrapresero la carriera camorristica perchè videro in quel mondo una concreta possibilità di business. Provenienti da una famiglia normale, perfino benestante, Marco e Salvatore sono cresciuti avulsi e lontani dalle dinamiche camorristiche, ma pur sempre a Ponticelli, in un momento storico in cui il quartiere era interamente sotto il controllo dei Sarno.
In seguito al declino del clan del Rione De Gasperi, Marco De Micco decise di cambiar pelle e di trasformarsi da un Marco qualunque in “Bodo”, il fondatore di un clan nato perchè lui lo ha voluto e che ha saputo disseminare morte e terrore a Ponticelli per diversi anni. Lucido e calcolatore Marco, più cinico e spietato suo fratello Salvatore, tant’è vero che ben presto guadagna il titolo di baby-killer, a suon di omicidi. 

Dall’omicidio di Massimo Imbimbo a quello di Antonio Minichini, figlio della lady-camorra Anna De Luca Bossa e di Ciro Minichini. Un omicidio, quest’ultimo, che maturò perchè il giovane Minichini, poco più che 19enne, quella sera si trovava insieme all’amico Gennaro Castaldi, fedelissimo dei fraulella e reale obiettivo dei killer Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli.

Malgrado il vincolo di parentela con una delle famiglie camorristiche di primo ordine della malavita di Napoli est, Antonio Minichini era estraneo agli affari di famiglia e perde la vita in circostanze che hanno profondamente scosso e commosso l’intera comunità, soprattutto perchè al giovane furono negati i funerali in chiesa.

Un omicidio pesante che ha dato il via ad una lunga e fitta trama di omicidi, condita di sangue e livore di vendetta che ha concorso a stroncare tante altre giovani vite.

Omicidi, latitanza, carcere: si sintetizza così la carriera camorristica del giovane Salvatore De Micco che tutt’oggi rappresenta un’icona malavitosa da ergere ad esempio per i giovani aspiranti boss di Napoli est, al pari di suo fratello Marco. Tantissimi i giovani di Ponticelli che, malgrado le pesanti condanne incassate dai fratelli De Micco, vedono ancora nello stile di vita e nel disegno camorristico introdotto dai “Bodo” un modello al quale ispirarsi.

Basta pensare che sui profili social delle nuove leve della camorra impazzano le foto in cui vengono sfoggiati lussuosi rolex, simbolo di quella forma di potere e prestigio confacente ad un vero capo, proprio come gli ha insegnato il giovane Marco De Micco.

L’arresto di Salvatore De Micco fu un evento eclatante, non solo per le rocambolesche circostanze in cui è maturato, ma soprattutto per il nuovo equilibrio che disegnò all’interno del clan dei “Bodo”.

A capo del clan, dopo quell’arresto, subentrò il fratello Luigi, la mente economica del clan, decretando così l’inizio di una nuova politica camorristica, anche grazie al supporto di un fedelissimo e spietato braccio destro: Antonio De Martino detto “XX”.

Inizia così a Ponticelli un’era camorristica che introduce un clima di terrore, segnato da estorsioni a tappeto e pregno di omicidi efferati ed eclatanti, mirati a consegnare un messaggio esplicito ai rivali: sono i De Micco i nuovi signori di Ponticelli e chiunque proverà ad opporsi al volere del clan egemone, pagherà con la vita questo genere di affronto.

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