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Napoli est, aggiornamenti dal “fronte di guerra”: “stesa” a San Giovanni, summit interrotto a Ponticelli

di / 0 Commenti / 2903 Visite / 21 maggio, 2018

omicidioWeekend segnato dall’ennesima stesa avvenuta a San Giovanni a Teduccio, quartiere della periferia orientale di Napoli da svariato tempo al centro di una faida di camorra. Nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 maggio, quattro scooter, a bordo dei quali transitavano altrettante coppie di uomini hanno esploso diversi colpi d’arma da fuoco tra la folla.

Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine, si tratterebbe dell’ennesima dimostrazione di forza del clan Mazzarella-D’Amico, da tempo in rotta con i Rinaldi, a loro volta alleati con i Minichini-De Luca Bossa di Ponticelli.
Teatro dell’ennesimo raid, il rione Villa. Ancora una volta. I colpi sono stati esplosi in via Sorrento, una delle strade-simbolo del clan Rinaldi.

Le azioni dimostrative avvengono sistematicamente lungo le strade in cui abitano elementi di spicco del clan Rinaldi, in primis, “MyWay”, soprannome attribuito a Ciro Rinaldi per il fatto che in età giovanile era un assiduo frequentatore di quella discoteca. Stimato essere il reggente dell’omonimo clan, arrestato lo scorso 26 marzo, insieme ad altre 7 persone, per l’omicidio del boss dei barbudos Raffaele Cepparulo detto “Ultimo”, scarcerato pochi giorni dopo dal tribunale del riesame per insufficienza di prove a suo carico. Una scarcerazione che fu “festeggiata” esplodendo fragorosi colpi d’arma da fuoco, quasi a voler sottolineare la ritrovata egemonia nel Rione Villa e nel quartiere, grazie alla scarcerazione del boss.

In quella stessa operazione condotta da carabinieri di Napoli, per l’omicidio Colonna-Cepparulo, fu arrestato anche Michele Minichini, un nome che mette i brividi lungo le strade di Napoli Est. Anche Minichini era diventato uno degli obiettivi delle stese che in questi mesi nell’area orientale di Napoli sono all’ordine del giorno.

Le stese avvenute in via Figurelle, il 7 e il 9 dicembre 2017, proprio contro la palazzina in cui abitava Minichini, lo sottolinearono, fornendo un ulteriore prova dell’alleanza voluta per tentare di scalzare i Mazzarella a San Giovanni e i De Micco a Ponticelli, beneficiando anche del supporto degli Aprea di Barra. Classe 1990, figlio di Cira Cepollaro e di Ciro Minichini detto ‘Cirillino’, Michele è il fratellastro di Antonio Minichini, figlio di Anna De Luca Bossa e di Ciro Minichini, ucciso dal commando di fuoco dei De Micco nel gennaio 2013 nel rione Conocal. Unico e vero obiettivo dell’agguato era Gennaro Castaldi, Antonio Minichini fu ucciso perchè quando i killer entrarono in azione si trovava in compagnia del coetaneo. Ciro Minichini, così come comprova il legame sentimentale con Anna De Luca Bossa, era un fedelissimo di Antonio De Luca Bossa, alias “Tonino ‘o sicco”, killer dei Sarno che ha poi fondato un clan autonomo, oggi detenuto al 41 bis, in quanto responsabile di numerosi omicidi ed azioni criminali, tra i quali l’autobomba esplosa a via Argine. “O’ sicco” è stato il primo a pianificare un attentato dinamitardo in Campania. Era il 25 aprile 1998: un’autobomba telecomandata esplode a Ponticelli per volere di Antonio De Luca Bossa. E’ così che “O’ sicco” si distacca dalla cosca numero uno di Ponticelli, dando il via ad una sanguinaria faida: i sei omicidi che avvengono in seguito a quell’episodio sono la risposta dei Sarno. Tre dei quali furono definiti “delitti satellite”, chiesti espressamente dalla cosca del Rione De Gasperi ai Fusco-Ponticelli perché dimostrassero con i fatti di essere nemici dei De Luca Bossa.

In questo clima nasce e cresce Michele Minichini, il cui spessore criminale emerge ed irrompe sulla scena ponticellese proprio in seguito al brutale omicidio di suo fratello Antonio. Contestualmente a quel lutto, il giovane rampollo di casa Minichini, si rade i capelli per tatuarsi sul capo una granata, quasi a voler lanciare un’esplicita dichiarazione di guerra ai De Micco.

Il giovane Minichini, in effetti, guadagna ben presto la reputazione dell'”uomo d’onore da temere e rispettare”, osannato ed elogiato dai giovani della periferia orientale, soprattutto per l’atteggiamento sfrontato e spocchioso che ama esibire, non si nasconde, seppur consapevole che quel tatuaggio e, ancor più, quel cognome tatuato sulla testa, quasi a voler suggellare la fedeltà alla famiglia, non possono passare inosservati, non indossava mai il casco e adottava un profilo tutt’altro che basso.

In sella a possenti scooter, in via Figurelle, lungo le strade del Rione Villa e in altri contesti in odore di camorra, lo hanno visto e riconosciuto in tanti. Così come non di rado è accaduto che per mettere a segno delle estorsioni o altre azioni criminali, per spaventare le vittime designate, i malviventi vantassero un vincolo di parentela con Michele Minichini o una fantomatica appartenenza al suo clan. Forse anche solo per il gusto di vedere il terrore che si delineava negli occhi delle vittime consapevoli della ferocia del giovane rampollo di casa De Luca Bossa. Un nome da ostentare: così appare Michele Minichini agli occhi dei giovani di Napoli est che strizzano l’occhio alla malavita.

Il sabato sera, quando, insieme “ai guagliuncielli” andava a ballare nei locali più in voga della movida napoletana, secondo quanto riferito da fonti investigative, adottava un atteggiamento da “star”: il vocalist puntualmente “annunciava” la presenza dei ras della “camorra emergente” di Napoli est e inneggiava messaggi subliminali volti ad accrescere le “quotazioni in borsa” dell’organizzazione, concorrendo ad aumentarne il prestigio e la credibilità agli occhi dei fedelissimi e giovani seguaci.

Presente sui social fino a poche settimane prima dell’arresto, Michele “Tiger” Minichini diede vita ad un’alacre guerra virtuale contro i Sarno, quando all’inizio del 2018, Patrizia Ippolito detta “a’ patana” – moglie di Vincenzo Sarno – e l’ex boss Giuseppe Sarno hanno dato luogo ad alcune dirette su facebook, mentre si trovavano in località segreta sotto protezione, in seguito alla decisione di diventare collaboratori di giustizia. Minichini senza mezzi termini e a muso duro pubblicava sul suo profilo quei video, accompagnati da commenti molto espliciti rivolti “ai pentiti”: anche in quelle circostanze trapelava tutto il carisma del giovane, oltre che il forte ascendente che esercitava sui suoi “seguaci”, tra i quali primeggiavano figure di spicco del sodalizio frutto di alleanze strategiche, oltre che parenti di ex Sarno condannati proprio in seguito alle testimonianze dei collaboratori di giustizia, che tempestavano di “Like” ed emoticon a forma di cuore ogni parola scritta da Minichini che anche sui social consolidava la sua fama di isolo da venerare e rispettare.

Voleva che lo vedessero, voleva che lo temessero e che tutti potessero appurare il suo modo di affrontare la vita e la malavita “a viso aperto”, sprezzante del pericolo. Nella vita reale, così come in quella virtuale.
Neanche quando fece irruzione nel Lotto O per uccidere Cepparulo si prese la briga di trafugare il suo volto. Era il 7 giugno del 2016 quando giunse a piedi, insieme all’altro esecutore materiale dell’omicidio, Antonio Rivieccio detto “Cocò”, – che ,invece, indossava un giubbotto modello glam-amour-giubbino-con-cappuccio-a-maschera-buon-prodotto-dm78415_4“Riders”, come quello ritratto nella foto a sinistra – nella roccaforte dei De Luca Bossa, dove era molto conosciuto, soprattutto tra i giovani del rione con il soprannome di “Tiger”.
Nel circolo ricreativo, di proprietà di Umberto De Luca Bossa, cugino di Minichini, Anna De Luca Bossa, con un sms, aveva indicato la presenza di Cepparulo, seduto ad un tavolino ed intento a giocare a carte. La donna sostò all’esterno del circoletto di via Cleopatra, quando i killer vi fecero irruzione simulando una rapina, secondo quanto riferito da Ciro Ciambriello, il testimone più attendibile del duplice omicidio, voluto dalla cosca Rinaldi-Minichini per stroncare le velleità di Cepparulo, giunto a Ponticelli perchè finito nel mirino dei Vastarella del Rione Sanità e secondo la cosca di Napoli est, pronto ad allearsi con i Mazzarella. I clan alleati della periferia orientale erano sempre più convinti che “Ultimo” fosse l’autore delle stese che nei giorni precedenti si erano registrate a San Giovanni a Teduccio, nei pressi delle abitazioni di Ciro Rinaldi e Michele Minichini. Inoltre, il giovane Minichini era convinto che il leader del clan dei barbudos stesse pianificando un agguato per ucciderlo. L’ex recluta del clan De Micco, Rocco Capasso, oggi collaboratore di giustizia, nel settembre del 2017, ha chiarito il rapporto che intercorreva tra i “Bodo” e Cepparulo, confermando che furono i De Micco a fornirgli uomini ed armi per mettere a segno una “stesa” nel Rione Sanità, per volere di Luigi De Micco che, però, successivamente tenne a distanza il ras dei Barbudos che spesso si era recato in via Luigi Crisconio, a San Rocco, zona del quartiere in cui risiedono diversi elementi di spicco del clan. Luigi De Micco non gradiva il fare spavaldo di “Ultimo”, asserendo che “aveva la mentalità dei “Pazzignani” che si mettevano in mostra”, in quanto, in una circostanza, si presentò al cospetto degli uomini della cosca al tempo egemone a Ponticelli indossando un vistoso ciondolo di Versace al collo. Queste le motivazioni che portarono Michele Minichini a mettere in pratica il principio “vita mia, morte tua”, nelle vesti di mandante ed esecutore dell’agguato in cui perde la vita anche un 19enne del Lotto Zero del tutto estraneo alle dinamiche malavitose.

Quando Michele Minichini entra in azione per uccidere “Ultimo” nel circolo ricreativo cdi via Cleopatra, sul luogo dell’agguato è presente anche suo cugino Umberto De Luca Bossa, figlio di Tonino ‘o sicco, che, inseguito dai killer in fuga, trova riparo all’interno di un palazzo. Tuttavia, nei giorni successivi all’agguato, in più circostanze, un commando di fuoco fece irruzione nella roccaforte del clan De Luca Bossa proprio “a caccia di Umberto” che pochi mesi dopo, in seguito all’omicidio di Salvatore Solla, detto “Tore o’ sadico”, – fedelissimo dei De Luca Bossa giustiziato dai De Micco per essersi rifiutato i pagare il pizzo sulle pazze di droga – sa di essere finito nel mirino dei “Bodo” e quasi non esce più di casa, temendo per la sua vita.
Nel gennaio del 2017 viene arrestato al culmine di un inseguimento a Torre Annunziata, trovato in possesso di una pistola pronta a sparare, con un colpo in canna, con matricola abrasa. Diversi collaboratori di giustizia sostengono che quell’arresto sia stato “ordinato” proprio da “Tonino ‘o sicco” preoccupato per le sorti del suo primogenito, in quanto ancora privo della tempra e del carisma necessari per vestire i panni del boss. A carico del giovane rampollo di casa De Luca Bossa risulta un precedente: nel giugno del 2011, poco più che 17enne, sul treno della linea Napoli-Sorrento, mentre stava andando al mare, ha accoltellato al torace un 18enne, al culmine di una lite per futili motivi.
Quindi la detenzione scattata lo scorso anno, oltre che a salvargli la vita, sarebbe servita anche a forgiarne il carattere, mentre le redini del clan di famiglia sono passate tra le mani di Giuseppe De Luca Bossa, tornato a Ponticelli dopo un periodo trascorso nel salernitano, in seguito alla resa dei “Bodo”. Sarebbe lui, il fratello di “Tonino ‘o sicco”, l’attuale “front-man” del clan del Lotto O.

I clan alleati della periferia est di Napoli, tuttavia, non hanno avuto la forza di affrontare a viso aperto i De Micco. Agevolati dal blitz che lo scorso novembre ha fatto scattare le manette per 23 persone ritenute contigue al clan dei tatuati, da quel giorno in poi, “la camorra emergente” ha fatto sentire la sua presenza, facendo irruzione sulla scena malavitosa senza indugi.

Dal loro canto, i De Micco, seppur rimaneggiati, stanno inevitabilmente subendo il contraccolpo sferrato dalla “camorra emergente”, ma le continue “stese” che si registrano lungo le strade del quartiere sembrano essere la riprova del fatto che “i Bodo” esistono e resistono ancora. Questo, almeno, lascerebbero intendere, i raid avvenuti nella zona del “Lotto 10” una delle roccaforti del clan De Micco. Secondo fonti investigative, a riprova del fatto che “i Bodo” non sono disposti ad uscire di scena, vi sarebbe il summit interrotto dalla polizia, all’incirca una settimana fa, al quale avevano preso parte due uomini ritenuti molto vicini al clan dei tatuati.

I Minichini-De Luca Bossa, dopo anni trascorsi in balia degli odiati De Micco, forti dell’alleanza con i Rinaldi di San Giovanni a Teduccio e gli Aprea di Barra, sono attualmente il sodalizio criminale egemone a Ponticelli. Così come comprova l’allontanamento al quartiere di diverse persone legate ai Sarno, oggi collaboratori di giustizia, e per questo non visti di buon occhio dai nuovi clan dominanti.

Mentre sul rione Conocal spira l’ombra dei clan del vicino comune di Volla che hanno messo gli occhi sulle piazze di droga che un tempo furono fonte di guadagno e prestigio del clan D’Amico.

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