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Camorra Ponticelli: ripristinati i colloqui per la “pazzignana” Luisa De Stefano. Ecco cosa era successo

di / 1 Commento / 1202 Visite / 28 novembre, 2019

22289975_1567079043353479_5665893142928711191_o Ha avuto regolarmente luogo quest’oggi, giovedì 28 novembre, il colloquio tra l’ergastolana Luisa De Stefano, la donna-boss del Rione De Gasperi di Ponticelli, e le parenti che dall’ex roccaforte dei Sarno si sono recate presso il penitenziario femminile di Piacenza, dove la donna è attualmente detenuta.

Un esito tutt’altro che scontato, in virtù del diniego incassato dagli stessi parenti della De Stefano la scorsa settimana quando, a fronte dei chilometri percorsi per incontrare la detenuta, si erano viste rispondere picche, perchè alla donna erano stati bloccati i colloqui.

Un diniego clamoroso che ha subito destato allarmismo tra gli interpreti della malavita ponticellese, per un motivo in particolare: questa prassi, in genere, viene applicata anche quando un detenuto decide di diventare un collaboratore di giustizia, per evitare che possa ricevere intimidazioni e pressioni dai parenti per indurlo a ritrattare.

Una “mamma-camorra” tutta d’un pezzo, Luisa De Stefano, che viene descritta come una donna-boss disposta più “a morire che a tradire”, soprattutto per le conseguenze che le dichiarazioni rese dagli ex boss del clan Sarno – clan d’appartenenza di suo marito, Roberto Schisa – hanno riversato sulla sua famiglia in termini di arresti. Tuttavia, l’estate scorsa, il suo primogenito nonchè rampollo del clan di famiglia, Tommaso Schisa, ha deciso di pentirsi. Un clamoroso colpo di scena, oltre che un duro colpo all’onore di una famiglia camorristica e dedita all’ossequiosa osservazione delle regole d’oro della malavita, che ha portato la maggior parte dei parenti a rinnegare “l’infame”, compresa sua madre.

21752523_1550058405055543_3190032746394134413_oLuisa De Stefano nutre un amore viscerale e morboso per il suo primogenito, tant’è vero che ha tatuato sull’avambraccio destro il suo nomignolo. Inoltre, anche l’altra figlia della donna ha deciso di seguire la strada intrapresa dal fratello, accettando di entrare nel programma di protezione destinato ai parenti dei collaboratori di giustizia. I figli si ricongiungeranno, dunque, non appena Tommaso Schisa avrà regolato i conti con la legge, e si ritroveranno liberi di ricominciare una nuova vita, in un’altra città, lontano da tutti e da tutto, soprattutto dalle spietate logiche della camorra. Una consapevolezza che potrebbe incidere notevolmente sulla forza di volontà della donna, unitamente all’idea di essere stata condannata a trascorrere il resto della vita in carcere.

Diversi, dunque, i fattori che lasciavano presagire che i clan all’ombra del Vesuvio potevano prepararsi a fare i conti l’ennesimo contraccolpo frutto di un altro ed inaspettato colpo di scena, tuttavia non è il pentimento della “mamma-camorra” del Rione de Gasperi la motivazione che ha spinto i giudici a bloccare i colloqui in carcere alla De Stefano. 

La ragione, in realtà, è molto più semplice e di carattere strettamente burocratico.

Dal 26 marzo 2018, giorno in cui la donna-boss del Rione De Gasperi è stata arrestata insieme ad altre 7 persone, ritenute a vario titolo responsabili dell’omicidio del boss dei Barbudos, Raffaele Cepparulo, e del 19enne Ciro Colonna, vittima innocente di camorra, la De Stefano è stata trasferita in tre carceri: prima a Messina poi a Bologna e attualmente a Piacenza. Ragion per cui, i giudici hanno ritenuto necessario optare per il blocco dei colloqui per mettere in ordine la documentazione.
Tuttavia, dal loro canto, le parenti della donna non hanno perso l’occasione per sfruttare la situazione a loro vantaggio, seguitando ad alimentare “la guerra fredda” fatta di messaggi espliciti e inviati a distanza, per convincere Tommaso Schisa a ritrattare, avviata non appena hanno appreso la notizia del pentimento del giovane rampollo del clan di Ponticelli con “succursale” a Marigliano, dove “o’ muccusiello” – questo il soprannome di Tommaso Schisa – era entrato in affari con il boss Luigi Esposito detto ‘o Sciamarro. 
Dapprima i colloqui in carcere, trascorsi a convincere il giovane Schisa a ritrattare, non appena aveva manifestato i primi segnali che lasciavano presagire che stesse per allearsi con lo Stato, per poi passare ai messaggi subliminali, non appena la sua decisione si è concretizzata e i colloqui sono stati bloccati.
Così, al cospetto del recente blocco dei colloqui ai familiari della mamma di Tommaso Schisa, Luisa De Stefano, i parenti hanno ben pensato di sfruttare la situazione a proprio vantaggio e in attesa di scoprire le vere ragioni alla base di questa decisione, hanno divulgato una “fake news” servendosi del più classico ed intramontabile dei canali comunicativi: “l’inciucio porta a porta”.
Le parenti della donna-boss all’ergastolo hanno spiegato a parenti ed amici che la donna era ricoverata in ospedale e per questo era stato disposto il blocco dei colloqui. In realtà, la De Stefano non si è mai mossa dalla cella del carcere di Piacenza dov’è tuttora detenuta.
Una “fake news” diramata con il duplice intento di depistare e sedare i rumors legati ad un possibile pentimento della parente e al contempo “punzecchiare” il giovane Schisa, lasciandogli dedurre che il suo pentimento abbia sortito gravi ritorsioni sulla salute della madre, fino a condurla in un letto d’ospedale.
Per la serie “in guerra e in “camorra” tutto è permesso”.

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